domenica 6 dicembre 2009

Vita del santo ieromartire Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey (III)

Una volta un giovane ieromonaco venne portato dalle Solovki a Kazan. Era stato condannato a tre anni di esilio per aver tolto l’orarion ad un diacono renovazionista e avergli impedito di celebrare con lui. L’arcivescovo approvò l’azione dello ieromonaco e scherzò sui vari periodi di prigione dati all’una o all’altra persona, che nulla avevano a che fare con la serietà del loro “crimine”. «Perché il Signore è generoso e accoglie l’ultimo come il primo» disse con le parole dell’omelia pasquale di San Giovanni Crisostomo. «Egli concede il riposo a quello dell'undicesima ora, come a chi ha lavorato sin dalla prima. Dell'ultimo ha misericordia, e onora il primo. Dà all'uno e si mostra benevolo con l'altro. Accoglie le opere e gradisce la volontà. Onora l'azione e loda l'intenzione». Queste parole avrebbero potuto sembrare ironiche, ma impartirono un senso di pace e fecero sì che lo ieromonaco accettasse la prova come se venisse dalle mani di Dio.

Vladika Ilarion era grandemente rallegrato al pensiero che le Solovki fossero una scuola di virtù, generosità, mitezza, umiltà, temperanza, pazienza e amore per il lavoro. Una volta un gruppo di chierici venne derubato dopo l’arrivo e i padri erano molto tristi. Uno dei prigionieri disse loro per scherzo che questo era il modo per insegnar loro la generosità. Vladika era esultante per quell’osservazione.

Un esiliato perse i suoi stivali per due volte di fila e andava in giro per il campo con galosce strappate. L’arcivescovo Ilarion venne preso da sincera allegria guardandolo ed ecco come incoraggiava il buon umore negli altri prigionieri. Il suo amore per ogni persona, la sua attenzione per ciascuno e la sua socievolezza erano semplicemente sorprendenti. Era l’individuo più popolare del campo, fra tutti quelli della sua classe sociale. Vogliamo dire che non solo il generale, l’ufficiale, lo studente e il professore lo conoscevano e parlavano con lui (nonostante là vi fossero molti vescovi, anche più anziani e non meno colti di lui), ma anche la marmaglia, la società criminale di ladri e banditi lo conosceva come una persona buona e rispettata, che era impossibile non amare. Sia durante le pause di lavoro che nel tempo libero lo si poteva veder passeggiare a braccetto con uno o l’altro “esempio” di questa compagnia. Non si trattava solo di condiscendenza verso un “fratello più giovane” o un uomo caduto, no. Vladika parlava con ciascuno come ad un eguale, interessandosi, ad esempio, alla “professione” o all’attività prediletta di ognuno di loro. L’elemento criminale è molto orgoglioso e sensibilmente inorgoglito. Non potevano essere offesi impunemente. Tuttavia i modi di Vladika superavano ogni cosa; come un amico egli li nobilitava con la sua presenza e attenzione. Era di un eccezionale interesse osservarlo in quella compagnia e discutere a fondo con loro.

Egli era avvicinabile da chiunque: era esattamente come chiunque ed era facile stargli intorno, incontrarlo e parlargli. Il più ordinario, semplice ed apparentemente “non santo” era Vladika. Tuttavia, dietro questa ordinaria esteriorità di gioia ed apparente mondanità, si potevano gradualmente intravedere la purezza di un bambino, un’ampia esperienza spirituale, gentilezza e pietà, la sua dolce indifferenza verso i beni materiali, la sua fede vera, un’autentica pietà ed una nobile perfezione morale, per non menzionare la forza intellettuale combinata con forza e chiarezza di convinzioni. Quest’apparenza di un’ordinaria vita di peccatore, della follia per Cristo e di una maschera di mondanità nascondevano il suo sforzo interno alle persone e lo preservavano da ipocrisia e presunzione. Egli era nemico giurato dell’ipocrisia e di tutte le modalità di “pia apparenza” ed era assolutamente consapevole e diretto. Nella “squadra Troitsky” (come veniva chiamato il gruppo di lavoro dell’arcivescovo Ilarion) il clero alle Solovki riceveva una buona educazione. Ognuno comprendeva che non c’era vantaggio semplicemente nel considerarsi peccatore, portare avanti pie e lunghe conversazioni o mostrare quanto austeramente si vivesse. Era particolarmente inutile sopravvalutare se stessi più di quanto non fosse il caso. Vladika avrebbe chiesto ad ogni prete in arrivo i dettagli in merito alle motivazioni che avevano condotto al suo arresto. Un giorno, un certo abate venne portato alle Solovki. L’arcivescovo gli chiese: «Perché l’hanno arrestata?» «Oh, ho servito dei moleben a casa, dopo che avevano chiuso il monastero», rispose l’abate. «Beh, le persone si radunavano e ci furono pure alcune guarigioni…» «Ah, bene, anche guarigioni… quanti anni le hanno dato?» «Tre anni» «Bene», disse Vladika, «non è molto; per le guarigioni avrebbero potuto dargliene di più. Il governo sovietico ha fatto una svista…» Non è necessario notare che era del tutto immodesto parlare di guarigioni sopraggiunte per le proprie preghiere.

domenica 1 novembre 2009

Vita del santo ieromartire Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey (II)

Il 24 novembre 1920 l’archimandrita Ilarion venne eletto vescovo di Verey, un vicariato della diocesi di Mosca, e consacrato il giorno successivo. I suoi contemporanei dipinsero di lui un quadro ricco di colori: giovane, pieno di allegria, ben educato, eccellente predicatore, oratore, cantante e brillante polemista, sempre naturale, sincero ed aperto. Fisicamente era molto forte, alto, largo di spalle, con folti capelli rossicci ed un viso chiaro e luminoso. Era il preferito dalla gente… Guadagnò grande autorità fra il clero ed i suoi colleghi vescovi, che lo chiamarono “Ilarion il Grande” per la sua intelligenza e la sua risolutezza nella Fede.

Il servizio episcopale fu un sentiero verso la croce. Non erano passati due anni dalla consacrazione che si trovava nuovamente in esilio ad Archangelsk; rimase al di fuori della vita della Chiesa per un intero anno, poi riprese la sua attività. Sua Santità il Patriarca Tikhon si interessò da vicino della sua persona e ne fece, insieme con l’arcivescovo Serafino (Alexandrov), uno dei suoi più intimi consiglieri. Il Patriarca lo innalzò al rango di arcivescovo immediatamente dopo il ritorno dall’esilio e le sue attività ecclesiastiche cominciarono ad ampliarsi: portò avanti un serio dialogo con Tuchkov (plenipotenziario per gli affari ecclesiastici dell’antenato del KGB, il GPU), in merito alla necessità, nelle condizioni presenti sotto il governo sovietico, di ordinare la vita della Chiesa ortodossa russa sulla base del diritto canonico. Inoltre si impegnò per ripristinare l’organizzazione ecclesiastica, componendo un certo numero di lettere patriarcali.

Divenne una minaccia per i Renovazionisti (organizzazione ecclesiastica che intendeva riformare gli insegnamenti e le pratiche della chiesa ortodossa per adattarli al moderno pensiero liberale) ed ai loro occhi divenne inseparabile dal patriarca Tikhon. La sera del 22 giugno/5 giugno 1923 vladyka Ilarion servì la Veglia di tutta la notte per la festa dell’Icona della Madre di Dio di Vladimir al monastero Sretensky, che era stato occupato dai Renovazionisti. Li cacciò fuori e riconsacrò la cattedrale con il rito completo e in questo modo restituì il monastero alla Chiesa. Il giorno successivo il patriarca Tikhon servì al monastero e la liturgia durò tutto il giorno, non terminando che alle 18; in seguito il Patriarca nominò l’arcivescovo Ilarion superiore del monastero Sretensky.

La guida dei Renovazionisti, il metropolita Antonino (Granovsky) scrisse contro il Patriarca e l’arcivescovo con odio inesprimibile, accusandoli senza cerimonie di essere dei contro-rivoluzionari. «Tikhon e Ilarion», scrisse, «hanno prodotto dei gas soffocanti “pieni di grazia” contro la Rivoluzione e la Rivoluzione si è armata non solo contro i Tikhoniti, ma contro l’intera Chiesa come fosse una banda di cospiratori. Ilarion va in giro a “spruzzare” chiese contro i Renovazionisti e cammina sfrontatamente in esse… Tikhon e Ilarion sono colpevoli di fronte alla Rivoluzione, vessatori della Chiesa di Dio e non possono accampare alcuna buona azione a propria discolpa».

L’arcivescovo Ilarion comprese chiaramente l’illegalità dei Renovazionisti e condusse animati dibattiti a Mosca con Alessandro Vvedensky (prete liberale, uno dei capi del Renovazionismo e della “Chiesa vivente”); come disse lo stesso arcivescovo Ilarion, in questi dibattiti “intrappolò al muro” Vvedensky ed espose tutte le sue bugie e le sue astuzie.

I capi dei Renovazionisti compresero che l’arcivescovo Ilarion interferiva con i loro affari e per questo fecero ogni sforzo possibile per privarlo della libertà. In questo modo nel dicembre 1923 ottennero che venisse condannato a tre anni di prigione, prima nel campo di prigionia di Kem e poi alle Solovki.

Quando ebbe modo di vedere l’orribile condizione delle baracche e del cibo del campo disse: «Non ne usciremo vivi»: si stava avviando sul sentiero della croce che l’avrebbe portato al suo benedetto riposo. Tuttavia questo sentiero è di grande interesse per noi, perché in esso si rivelò in pieno la magnificenza di spirito di questo martire per Cristo; quindi esamineremo più nel dettaglio questo periodo della sua vita.

Vivendo alle Solovki l’arcivescovo Ilarion conservò tutte le buone qualità dell’anima che aveva acquisito attraverso le sue fatiche ascetiche, sia prima che durante la vita monastica, come prete e gerarca. Quelli che vissero con lui durante questi anni furono testimoni della sua totale mancanza di avidità, profonda semplicità , vera umiltà e di una mitezza quasi infantile; semplicemente dava via qualunque cosa, se richiesto. Non aveva interesse per le proprie cose; per questo motivo aveva bisogno di qualcuno che, senza alcuna pietà nei suoi riguardi, si occupasse del suo bagaglio, come successe alle Solovki.

L’arcivescovo Ilarion poteva essere insultato, ma non avrebbe mai risposto; probabilmente non avrebbe nemmeno notato il tentativo d’insultarlo. Era sempre allegro, e anche quand’era preoccupato o angosciato tentava di nasconderlo rapidamente con la sua allegria. Guardava ogni cosa con occhi spirituali ed ogni cosa serviva al suo profitto spirituale.

«All’allevamento di pesce Philemonov», raccontò un testimone oculare, «distante sette o otto chilometri dalla fortezza delle Solovki e dal centro del campo, sulle rive della piccola baia del Mar Bianco, io e l’arcivescovo Ilarion, insieme con due altri vescovi e pochi preti (tutti prigionieri) avevamo il compito di fare le reti e di pescare. L’arcivescovo Ilarion amava parlare di questo nostro lavoro modificando le parole della stichira di Pentecoste: “Tutte le cose sono concesse dal Santo Spirito: prima i pescatori divennero teologi e adesso accade l’opposto, i teologi diventano pescatori”». Così umiliava se stesso di fronte alla sua nuova sorte.

giovedì 22 ottobre 2009

Vita del santo ieromartire Ilarion (Troitsky), arcivescovo di Verey (I)


Una delle più eminenti figure della Chiesa Ortodossa Russa negli anni ’20 del Novecento fu l’arcivescovo Ilarion di Verey, teologo eccezionale e persona di grande talento. Durante tutta la sua vita egli bruciò d’amore per la Chiesa di Cristo, fino alla morte da martire per essa.

Le sue opere letterarie si distinguono per l’argomento strettamente ecclesiastico e la lotta instancabile contro lo scolasticismo, specialmente il latinismo, che aveva influenzato la Chiesa russa fin dai tempi del metropolita di Kiev Pietro Moghila. Suo ideale era la purezza ecclesiastica delle scuole e degli studi teologici. Un suo continuo richiamo era: «non c’è salvezza fuori dalla Chiesa e non ci sono sacramenti al di fuori di essa».

L’arcivescovo Ilarion (al secolo Vladimir Alexeyevich Troitsky) nacque il 13 settembre 1886 nella famiglia di un prete del villaggio di Lipitsa, distretto di Kashira della provincia di Tula.

Il desiderio di apprendere si risvegliò in lui fin dalla tenera età. Quando aveva solo cinque anni prese per mano il suo fratellino di tre e abbandonò il villaggio nativo per andare a scuola a Mosca. Quando il piccolo cominciò a piangere per la fatica, Vladimir gli disse: «Bene, allora rimani ignorante». I genitori si accorsero in tempo che i bambini erano scomparsi e li riportarono rapidamente a casa. Vladimir venne presto mandato alla scuola teologica e poi in seminario. Dopo avervi completato i corsi, entrò all’Accademia teologica di Mosca e si laureò con onore nel 1910 con una tesi in Teologia. Rimase poi all’Accademia con un incarico da professore. Va sottolineato che Vladimir fu in tutto questo periodo un eccellente studente e che ebbe sempre ottimi voti in tutte le materie.

Nel 1913 ricevette una laurea di secondo livello in Teologia per il suo lavoro fondamentale “Panoramica sulla storia del dogma della Chiesa”.

Il suo cuore ardeva dal desiderio di servire Dio come monaco. Il 28 marzo 1913, nella Scete del Paraclito, presso il Monastero della Santa Trinità di San Sergio, ricevette la tonsura monastica con il nome di Ilarion (in onore di Sant’Ilarion il Nuovo, abate e confessore di Pelecete, commemorato proprio in quel giorno). Circa due mesi dopo, il 2 giugno, venne ordinato ieromonaco e il 5 luglio dello stesso anno assurse al rango di archimandrita.

Il 30 maggio 1913 padre Ilarion venne nominato ispettore dell’Accademia teologica di Mosca. Nel dicembre dello stesso anno venne confermato come professore di Sacra Scrittura, in particolare di Nuovo Testamento.

L’archimandrita Ilarion guadagnò grande autorità sia come educatore di quelli che studiavano alla scuola teologica, sia come professore di teologia e i suoi sermoni gli fecero acquistare una grande notorietà. I suoi lavori di teologia dogmatica uscivano uno dopo l’altro, arricchendo l’erudizione ecclesiastica. I suoi sermoni risuonavano dagli amboni delle chiese come fossero campane, chiamando il popolo di Dio alla fede e ad un rinnovamento morale.

Quando sorse la questione se la Chiesa russa dovesse ristabilire il Patriarcato, come membro del Concilio locale di tutta la Chiesa russa del 1917-1918, testimoniò in modo ispirato a favore di questa decisione. Egli disse:


«La Chiesa russa non è mai stata senza un capo gerarca. Il nostro Patriarcato venne distrutto da Pietro I. A chi dava fastidio? Alla conciliarità della Chiesa? Ma non fu al tempo dei Patriarchi che ci furono molti concili? No, il Patriarcato non interferiva né con la conciliarità, né con la Chiesa. Con chi allora? Qui davanti a me ci sono due grandi amici, due ornamenti del diciassettesimo secolo, il patriarca Nikon e lo zar Alexei Mikhailovich. Per seminare discordia fra loro i malvagi boiari sussurrarono allo zar: “A causa del Patriarca, tu, il Sovrano, sei divenuto invisibile”. Quando Nikon lasciò il trono di Mosca scrisse: “Lasciate che il Sovrano abbia maggior spazio senza di me”. Pietro concretizzò questo pensiero, quando distrusse il Patriarcato. “Lasciate che io, il Sovrano, abbia maggior spazio senza Patriarca…”

Ma la coscienza della Chiesa, nel trentaquattresimo Canone Apostolico, così come nel Concilio locale tenutosi a Mosca nel 1917, stabilisce un principio irrevocabile: “I vescovi di ogni nazione, inclusa quella russa, devono sapere chi sia il primo fra loro e riconoscerlo come loro capo”.

E io vorrei rivolgermi a coloro che per qualche motivo considerano ancora necessario protestare contro il Patriarcato. Padri e fratelli! Che non si crei scompiglio nella gioia per l’unità delle nostre menti! Perché dovete addossarvi questo compito ingrato? Perché fate discorsi senza speranza? Voi state combattendo contro la coscienza della Chiesa. Abbiate timore, non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio (cf. At. 5, 39)! Abbiamo già peccato, peccato nel non aver ripristinato il Patriarcato due mesi fa, quando venimmo tutti a Mosca e ci incontrammo per la prima volta nella grande Cattedrale della Dormizione. Non era doloroso fino alle lacrime osservare il vuoto seggio patriarcale? E quando abbiamo venerato le reliquie degli operatori di miracoli di Mosca e capi gerarchi della Russia, non abbiamo udito i loro rimproveri per il fatto che per duecento anni il loro trono è rimasto desolato?»


Appena i Bolscevichi giunsero al potere cominciarono a perseguitare la chiesa e nel marzo del 1919 l’archimandrita Ilarion era già stato imprigionato. Il suo primo arresto durò tre mesi.

domenica 17 maggio 2009

Un martire prima sconosciuto: sant'Efrem di Nea Makri

Il 3 gennaio 1950 la badessa Makaria (+ 23 aprile 1999) gironzolava fra le rovine del monastero recentemente ricostituito sul monte Amomos, pensando ai martiri le cui ossa erano state sparpagliate su quel suolo e il cui sangue aveva irrigato l’albero dell’Ortodossia. Comprese che si trattava di un luogo sacro e pregò che Dio le permettesse di vedere uno dei Padri che lì avevano vissuto. Dopo qualche tempo, le sembrò di avvertire una voce interiore che le diceva di scavare in un certo posto. Ella indicò il luogo ad un operaio che aveva assunto per fare riparazioni al monastero vecchio. L’uomo non voleva scavare lì, ma in qualche altro punto. Poiché insisteva, madre Makaria lo lasciò fare, ma pregò che non fosse in grado di scavare e così quegli trovò della roccia. Sebbene avesse cercato di ripetere l’operazione in tre o quattro posti diversi, ottenne sempre lo stesso risultato. Alla fine fu d’accordo a scavare dove aveva indicato la badessa. Si trattava delle rovine di una vecchia cella: egli la ripulì dalle macerie e prese a lavorare in modo rabbioso. Madre Makaria gli disse di rallentare, perché non voleva che venisse danneggiato il corpo che vi si trovava. Quegli la prese in giro perché si aspettava di trovare le reliquie di un santo. Quando giunse ad una profondità di quasi due metri, tuttavia, egli dissotterrò la testa dell’uomo di Dio. In quel momento un profumo ineffabile riempì l’aria. L’operaio impallidì e non era in grado di parlare. Madre Makaria gli disse di andare e di lasciarla sola. Ella si inginocchiò e baciò il corpo con reverenza. Quando ebbe tolto un altro po’ di terra vide le maniche del rason del santo: il tessuto era spesso e sembrava essere stato lavorato con un antico telaio. Una volta liberato i resto del corpo cominciò a rimuovere le ossa, che apparivano essere quelle di un martire.

Madre Makaria era ancora in quel santo luogo quando cadde la notte, così ella lesse il vespro. Improvvisamente sentì dei passi che provenivano dalla tomba, che si muovevano nel cortile verso la porta della chiesa. Erano forti e regolari, come quelli di un uomo di forte carattere. La monaca aveva paura di girarsi e guardare, ma proprio allora udì una voce che diceva: «Per quanto tempo mi lascerai qui?» Vide un monaco alto, con piccoli occhi tondi e la barba che gli cresceva sul petto. Nella mano sinistra c’era una luce brillante e benediceva con la destra. Madre Makaria fu piena di gioia e la sua paura scomparve. «Perdonami», rispose, «mi prenderò cura di te domani, appena Dio provvederà al sorgere del sole». Il santo scomparve e la badessa continuò nella lettura del vespro.

Il mattino, dopo il mattutino, ella pulì le ossa e le pose in una nicchia intorno all’altare della chiesa; poi accese una candela davanti a loro. Quella notte sant’Efrem le apparve in sogno, la ringraziò per essersi curata delle sue reliquie e poi le disse: «Il mio nome è sant’Efrem». Dalle sue stesse labbra ella apprese la storia della sua vita e del suo martirio.

Era nato in Grecia il 14 settembre 1384. Suo padre era morto quand’egli era piccolo e la pia madre dovette occuparsi da sola dei sette figli. Quando Efrem ebbe raggiunto l’età di quattordici anni il Dio di bontà guidò i suoi passi verso il monastero sul monte Amomon, vicino a Nea Makri, in Attica, dedicato all’Annunciazione e a Santa Parasceva. Qui prese sulle sue spalle la croce di Cristo, che devono portare tutti i suoi discepoli (Mt. 16, 24). Infiammato dall’amore di Dio, sant’Efrem si immerse con premura nella disciplina monastica. Per quasi ventisette anni egli imitò la vita dei grandi Padri asceti del deserto. Seguì Cristo con divino zelo, allontanandosi dalle attrazioni di questo mondo. Per la grazia di Dio si purificò dalle passioni che distruggono l’anima e divenne dimora del Santissimo Spirito. Venne anche riconosciuto degno di ricevere la grazia del presbiterato e servì all’altare con grande riverenza e compunzione. Il 14 settembre 1425 i barbari turchi incominciarono un’invasione via mare, saccheggiando i dintorni. Sant’Efrem fu una delle vittime del loro odio frenetico. Molti monaci erano stati torturati e decapitati, ma egli era rimasto calmo; questo fece infuriare i Turchi, che lo imprigionarono per torturarlo e costringerlo a rinnegare Cristo. Lo chiusero in una piccola cella senza cibo e acqua e ogni giorno lo picchiavano, sperando di convincerlo a diventare mussulmano. Per vari mesi sopportò terribili tormenti. Quando i Turchi compresero che il santo rimaneva fedele a Cristo, decisero di metterlo a morte. Martedì 5 maggio 1426 lo trassero dalla cella e lo appesero a testa in giù ad un gelso, poi lo picchiarono e lo presero in giro: «Dov’è il tuo Dio», chiesero, «e perché non ti aiuta?». Il santo non si perse d’animo, ma pregava: «O Dio, non ascoltare le parole di questi uomini, ma sia fatta la Tua volontà, secondo ciò che hai deciso». I barbari tirarono la barba del santo e lo torturarono, finché perse le forze. Il suo sangue scorreva e le vesti erano a brandelli. Il suo corpo era quasi nudo e coperto da molte ferite. Tuttavia i Turchi non erano soddisfatti, ma desideravano torturarlo ancora di più. Uno di essi prese un bastone infuocato e lo conficcò violentemente nell’ombelico del santo. Le sue grida erano strazianti, tanto grande era il dolore. Sangue uscì dallo stomaco, ma i Turchi non si fermarono, ripetendo gli stessi dolorosissimi tormenti molte volte. Il suo corpo si contorceva e tutti i suoi arti avevano convulsioni. Ben presto il santo divenne troppo debole per parlare, perciò pregava in silenzio chiedendo a Dio di perdonare i suoi peccati. Dalla sua bocca colavano sangue e saliva e il terreno era intriso del suo sangue. Allora perse conoscenza. Pensando che fosse morto, i Turchi tagliarono le corde che lo legavano all’albero, cosicché egli cadde sul terreno sottostante. La loro rabbia non era però diminuita, cosicché continuarono a prenderlo a calci e a picchiarlo. Dopo un poco il santo aprì gli occhi e pregò: «Signore, a Te rendo il mio spirito». Verso le nove del mattino la sua anima si separò dal corpo. Queste cose rimasero dimenticate per circa cinquecento anni, nascoste in un profondo silenzio d’oblio fino al quel 3 gennaio 1950.


Sant’Efrem compie molti miracoli nel mondo intero. Sembra sia particolarmente d’aiuto ai giovani e a coloro che assumono droga o altre sostanze. Uno di essi accadde ad un giovane americano del Midwest, che lottava con la propria vita. Faceva pesantemente uso di droghe (cocaina ed eroina) e stava rapidamente scivolando verso la distruzione. Non aveva né una famiglia stabile, né un’educazione religiosa, perciò si trovava in serio pericolo.

Una notte gli apparve un brutto vecchio, che gli disse: «Sono tuo amico, voglio che tu prenda un appuntamento per incontrarmi». Lo spinse ad entrare in macchina e a guidare il più velocemente possibile su una certa strada che alla fine aveva un tornante con un burrone a picco proprio sulla curva. Il giovane fece come gli veniva detto, andò alla macchina, guidò il più velocemente possibile sulla strada. All’ultimo momento, facendosi prendere dalla paura, riuscì a pigiare sui freni e per poco riuscì a fare la curva. Arrivò a casa scosso. Due notti dopo il vecchio riapparve e disse, con rabbia ed indignazione: «Sono molto dispiaciuto che tu non mi abbia incontrato. Rimettiti in macchina e guida più veloce che puoi, e questa volta non schiacciare i freni». Il giovane si sentì stranamente spinto ad obbedire. Di nuovo entrò in macchina, guidò più forte che potesse e questa volta non si fermò, ma piombò ad alta velocità giù dal burrone. La macchina venne demolita, ma, sorprendentemente, egli ne uscì solo con tagli ed escoriazioni e con una commozione cerebrale. Poche settimane più tardi, appena fu uscito dall’ospedale, il brutto uomo riapparve un’altra volta e disse: «Sono furioso che tu non sia venuto al nostro appuntamento. Questa volta, senza errori, mi incontrerai. Metti nella tua siringa una doppia dose di droga». Di nuovo il giovane si sentì obbligato a farlo e dopo essersi iniettato il liquido cadde in come per overdose. Venne portato all’ospedale, dove i dottori dissero alla famiglia che probabilmente non sarebbe sopravvissuto. E se per caso lo fosse stato, sarebbe rimasto in condizione vegetativa, di semi-coscienza. Non c’era alcuna speranza di ripresa. In due settimane, invece, il giovane si risvegliò, pienamente cosciente. Disse a quelli intorno a lui di aver visto un uomo che sembrava una sorta di monaco luminoso. Venne da lui e disse: «Ho pregato per te… Dio ti ha dato un’altra possibilità. Vivrai, ma dovrai correggere la tua vita. Inoltre andrai in Grecia per visitare il luogo dove riposano le mie ossa, rendendo grazie a Dio per la tua salvezza. Il mio nome è Efrem».


Tradotto da http://full-of-grace-and-truth.blogspot.com/2009/01/uncovering-of-holy-relics-of-st-ephraim.html


Il nostro padre fra i santi Efrem, il grande martire, è celebrato il 5 maggio (18 del calendario civile).

lunedì 11 maggio 2009

Vita di San Serafino di Vyritsa

Basilio Muraviev (il futuro Serafino) nacque nel 1865 nella città di Cheremovsky, nella provincia di Yaroslav. I suoi genitori, Nicola e Chione, erano contadini. Quando Basilio aveva dieci anni suo padre morì ed egli dovette assumersi la cura della madre malata e della sorella Olga. Un gentile vicino lo portò con sé a San Pietroburgo e gli trovò un lavoro come commesso in un negozio.
Il ragazzo aveva il segreto desiderio di diventare monaco, così un giorno andò alla Lavra di Sant’Alessandro Nevsky per parlare con uno degli Anziani. Questi gli consigliò di rimanere nel mondo e di far crescere una famiglia. Poi, quando i loro bambini fossero cresciuti, lui e la moglie avrebbero servito Dio nella vita monastica.
Basilio accettò queste parole come volontà di Dio e perciò visse la sua vita come l’Anziano gli aveva indicato. Ritornato al negozio, continuò a lavorare e a mandare soldi alla sua famiglia. Quando poi ebbe ventiquattro anni sposò la moglie, Olga.
Cominciò una propria impresa come pellicciaio e divenne molto benestante. Ebbe un figlio, Nicola, e una figlia, Olga. Dopo la morte di questa, egli e la moglie, tuttavia, decisero, da quel momento in poi, di vivere insieme come fratello e sorella.
Quando ebbe intorno ai trent’anni, Basilio diede via gran parte della propria ricchezza, donando denaro a vari monasteri e non appena Nicola fu cresciuto, egli e la moglie entrarono in monastero per servire Dio.
Olga venne tonsurata nel 1919 con il nome di Cristina e visse nel monastero della Resurrezione di Nuova Divyevo a San Pietroburgo. Più tardi venne tonsurata all’Abito (schema) e le venne dato il nome di Serafina. Morì nel 1945.
Non sappiamo dove Basilio ricevette la tonsura monastica (alcuni dicono al Monte Athos), né il nuovo nome che gli venne dato in quell’occasione.
Nel 1927 arrivò alla Lavra di Sant’Alessandro Nevsky, dove divenne padre confessore dei monaci. Lì venne tonsurato al Grande Abito con il nome di Serafino. Divenne subito evidente che San Serafino aveva ricevuto da Dio il dono della chiaroveggenza e della guarigione e molte persone andavano da lui in cerca di aiuto e consiglio.
Il vescovo Alessio (Shimansky) di Novgorod venne dall’Anziano nel 1927 per chiedergli se doveva lasciare la Russia, dal momento che molti vescovi e preti rischiavano l’arresto e l’esecuzione sotto il giogo comunista. Prima però che potesse dire una parola, San Serafino disse: «Molti oggi desiderano lasciare la Russia, ma non c’è nulla di cui aver paura. C’è bisogno di lei qui. Lei diventerà Patriarca e governerà per venticinque anni».
Giunse un periodo di prova per la Lavra. I monaci vennero arrestati, esiliati e inviati in campi di lavoro. Molti vennero uccisi. A cominciare dal 1929, l’Anziano venne arrestato quattordici volte. Egli continuò, nonostante ciò, il suo ministero sacerdotale nei campi di prigionia, dove fortificava e incoraggiava i compagni.
Nel 1933 tornò dai campi e si stabilì a Vyritsa. Era un posto molto bello, con foreste ed un fiume ed era rinomato per il suo clima salubre. La salute di San Serafino si era infatti deteriorata nei campi di prigionia, anche perché era stato picchiato molte volte.
Nel 1913 a Vyritsa era stata costruita una chiesa di legno in onore dell’icona di Kazan della Santissima Genitrice di Dio, per commemorare il trecentesimo anniversario della dinastia dei Romanov. La chiesa superiore aveva due altari: uno dedicato all’icona di Kazan e l’altro a San Nicola. La chiesa inferiore era dedicata a San Serafino di Sarov.
Dopo essersi un po’ riposato, padre Serafino cominciò a ricevere visitatori che cercavano consiglio e conforto da lui. Molti di quelli, afflitti da malattie, ricevettero la guarigione per le sue preghiere. Ben presto le autorità notarono il gran numero di persone che andavano da lui. La sua cella venne cercata varie volte, solitamente di notte. Una volta la polizia venne per arrestare l’Anziano, ma un dottore disse loro che, a causa delle sue molte malattie, questi non era sopravvissuto al viaggio. Decisero di lasciarlo solo e così il Signore protesse la vita del Suo servo.
I Tedeschi entrarono a Vyritsa nel settembre 1941, ma non fecero del male a nessuno e non ci furono saccheggi. Durante la guerra padre Serafino era divenuto debole e ora serviva solo raramente nella cappella di San Serafino. A far data dal 1945, padre Alessio Kibaldin cominciò a servire nella chiesa dell’icona di Kazan.
Nella primavera del 1949 San Serafino divenne molto debole e dovette rimanere a letto; tuttavia permetteva ai visitatori di andare da lui come prima.
Poco prima della sua morte gli apparve la Santissima Genitrice di Dio, consigliandogli di ricevere la Santa Comunione ogni giorno. Padre Alessio Kibaldin gliela portava sempre alle due del mattino, ma una volta rimase addormentato e non arrivò fino alle quattro. Si scusò con l’Anziano per il suo ritardo e notò che c’era una certa luce intorno al Santo. L’Anziano disse: «Padre, non ti preoccupare. I Santi Angeli mi hanno già portato la Comunione». Vedendo il suo volto padre Alessio comprese che era del tutto vero! L’Anziano gli disse di andare a Mosca ed informare il Patriarca che egli si sarebbe assopito nel Signore nel giro di due settimane. Quando padre Alessio riferì il messaggio, il Patriarca si girò verso le sante icone e si fece il segno della croce. Quando si girò di nuovo, lacrime gli scorrevano sulle guance. «Sono stato Patriarca per quattro anni», disse, «me ne rimangono ventuno. Questo è ciò che mi disse il santo Anziano». Il Patriarca Alessio morì nel 1970, come San Serafino aveva previsto.
San Serafino morì nel Signore il 21 marzo 1949 (3 aprile, secondo il calendario civile). L’ora precedente la sua morte chiese che fossero letti gli acatisti alla Genitrice di Dio, a San Serafino di Sarov e a San Nicola. Per una settimana dopo il suo beato riposo, un dolce profumo permeò Vyritsa.
San Serafino venne sepolto nel cimitero vicino alla chiesa dell’icona di Kazan a Vyritsa. Una grande folla di persone andò al funerale e Vyritsa divenne meta di pellegrinaggio.

Il monaco dal Grande Abito (schemamonaco) San Serafino venne glorificato dalla Chiesa russa nell’agosto del 2000.

Il nostro padre fra i santi Serafino è celebrato il 21 marzo (3 aprile secondo il calendario civile).

Traduzione della vita dal sito http://holytransfigurationorthodoxchurch.com/ikon/DailySaints/Seraphim+of+Virits.jpg.php

domenica 10 maggio 2009

Un recente miracolo di San Nettario

Padre Nettario Vitalis, molto conosciuto in Lavorio (una città dell’Attica, in Grecia) per le sue azioni e la sua compassione per i poveri e per quelli che in questi tempi difficili il mondo ha cancellato, racconta il seguente episodio di quando stava per morire per un cancro. Esso è stato riportato in varie pubblicazioni, non ultimo il volume «Ho parlato a San Nettario», Atene 1997, a cura del noto scrittore M. Manolis Melinos.

«Soffrivo di una grave forma di cancro; il mio torace era una ferita aperta che sanguinava continuamente e secerneva pus. Mi strappavo la canottiera dal dolore; si trattava di una situazione veramente tragica che mi conduceva direttamente verso la morte. Perciò capite, avevo pure preparato i miei vestiti per la tomba… Il 26 marzo 1980, al mattino, stavo parlando nel mio ufficio ai piedi della chiesa con Sofia Bourdoy (la donna che si occupava delle pulizie) e l’iconografa Elena Kitraki, quando improvvisamente la porta si aprì ed entrò un vecchio sconosciuto. Aveva una barba bianca come la neve, era piccolo e leggermente calvo. Era identico a come San Nettario appare nelle fotografie. Prese tre candele senza pagarle e ne accese solo due. Venerò tutte le icone della chiesa, ma passò oltre quella di San Nettario. Non mi vedeva, nel posto in cui ero. Avevo dolori terribili e le due donne chiusero la tenda dell’ufficio ed andarono dal vecchio. Egli stava di fronte alle Porte Regali, si fece il segno della croce e senza guardarsi intorno disse: «L’anziano è qui?». La donna delle pulizie, conoscendo la mia malattia, volle “proteggermi”: «No, no, è a casa con l’influenza…». Egli rispose: «Non importa, pregate e buona Resurrezione!» e se ne andò.

La donna delle pulizie corse da me e disse: «Padre Nettario, il vecchio che se n’è appena andato sembrava San Nettario in persona! I suoi occhi fiammeggiavano. Penso che fosse San Nettario venuto ad aiutarla…» La ringraziai, pensando che lo dicesse per consolarmi. Ma c’era qualcosa di strano: la mandai insieme con l’iconografa per cercare lo sconosciuto e portarlo indietro. Andai nel santuario e venerai il crocifisso, piangendo e chiedendo ancora una volta a Cristo di curarmi. I loro passi si fermarono: «Padre, il vecchio è venuto». Provai a baciargli la mano, ma nella sua umiltà egli me lo impedì; invece si curvò e baciò la mia. Gli chiesi: «Come ti chiami?» «Anastasios, figliolo», disse, riferendosi al suo nome di battesimo, che portava prima di diventare un monaco…

Lo condussi a venerare le sante reliquie. Egli tirò fuori un paio di occhiali con una sola mano e appena li vedemmo fummo stupiti! Erano gli stessi di San Nettario che avevamo nello scrigno delle sante reliquie. Mi erano state date dall’anziana Gerontissa Nettaria del monastero di Egina. «La fede è tutto» disse lo straniero, mettendosi gli occhiali. Cominciò con riverenza ad abbracciare tutte le sante reliquie che la donna delle pulizie mostrava, eccetto quelle di San Nettario, che superò…

«Anziano, perdonami» gli dissi «ma perché non veneri il miracoloso San Nettario?» Si girò e mi guardò sorridendo. Gli chiesi: «Dove alloggi, anziano?» Egli mi mostrò in alto, dove stavamo costruendo una nuova chiesa (dedicata a San Nettario) dicendo: «La mia casa non è ancora pronta e sono preoccupato. La mia posizione non mi permette di vivere qua e là…» «Anziano, devo confessarti che ti ho detto una bugia prima, io ho un cancro! Ma voglio stare bene, per fare il Santo Altare e finire prima la chiesa, poi posso morire…» «Non ti preoccupare» mi disse «adesso vado. Vado a Paros a venerare Sant’Arsenio e a visitare padre Filoteo (Zervakos)», aggiunse, e prese ad andarsene passando attraverso la grande icona senza pensarci due volte…

Lo fermai e misi le mie mani sul suo volto: «Mio anziano, mio anziano, il tuo viso sembra esattamente quello di San Nettario, che è venerato in questa chiesa…» Allora lacrime caddero dai suoi occhi. Mi benedisse e mi abbracciò. Prendendo coraggio aprii le mie mani per abbracciarlo, ma quando le stesi e mentre potevo vederlo davanti a me, le mie mani abbracciarono solo il mio torace.

Dissi di nuovo: «Mio anziano, ti prego, voglio vivere per fare la mia prima liturgia. Aiutami!» Egli si spostò e ponendosi davanti alla sua icona disse: «Figlio mio Nettario, non preoccuparti. È una prova passeggera e starai meglio. Il miracolo che chiedi accadrà e sarà noto a tutto il mondo. Non essere triste…» Immediatamente ci lasciò passando attraverso una porta chiusa… Le donne corsero per raggiungerlo. Egli giunse alla fermata dell’autobus, vi salì e scomparve prima che quello partisse.

Questa vicenda venne raccontata da padre Nettario Vitalis, persona rispettata e affidabile, sempre in presenza di testimoni. Egli alla fine guarì, scombussolando dottori, radiologi e profeti di morte. Perché su tutto vi è il Cristo, il nostro Dio vivente e i Santi nostri intercessori davanti a Dio, più la nostra Madre, la Tuttasanta!



Tradotto da http://full-of-grace-and-truth.blogspot.com/2008/11/great-miracle-of-st-nektarios-healing.html

Vita di San Nettario di Egina, metropolita di Pentapoli e operatore di miracoli (VII)

Le sante reliquie

Alcuni anni dopo, secondo la consuetudine greca, la tomba venne aperta per trarne le reliquie e, con grande stupore, tutti videro il santo intatto e profumato. Nemmeno i suoi vestiti erano in alcun modo mutati. Era come se fosse appena morto e fosse stato sepolto il giorno stesso. Non avevano detto al popolo di Egina dell’apertura della tomba, perché aveva già operato molti miracoli, era molto amato e si sarebbe radunata una folla immensa anche da Atene e da altri luoghi in cui era conosciuto. Così andarono ad aprire la tomba la mattina presto, appena terminata la divina liturgia, mentre albeggiava.

Nell’istante in cui l’aprivano, un taxi transitava sulla strada sotto il convento, trasportando una donna di pessima reputazione e molto peccatrice, sulla via del ritorno. Mentre si avvicinavano al convento della Santa Trinità, il profumo era così intenso che ella disse all’autista: «Fermati. Che cos’è questo profumo?». Quello fermò il taxi e rispose: «Oh, qui c’è il convento di San Nettario. Che altro può essere il profumo se non che oggi stanno aprendo la sua tomba? Deve venire da lì. Perché molte volte, prima che lo seppellissero, il suo corpo aveva emanato profumo e certe volte viene pure dalla tomba». Ella uscì dal taxi e corse a vedere. Arrivò al convento proprio mentre aprivano la bara e vide le reliquie intatte. Era così commossa da questo e specialmente dal profumo, che cominciò a piangere e confessò pubblicamente i suoi peccati. In questo modo venne corretta e divenne una donna prudente e cristiana.

In quei giorni telegrafarono anche all’arcivescovo Crisostomo Papadopoulos ad Atene ed egli giunse sull’isola per vedere di persona le reliquie. Dopo averle esaminate, consigliò irriverentemente alle monache di lasciarle al sole e all’aria per due o tre giorni e poi di riseppellirle, in modo che si dissolvessero. Così avviene con quelli che pretendono di essere pii, ma nei loro cuori non hanno che l’odore della corruzione, il puzzo della morte; essi non possono comprendere le cose di Dio, ma bestemmiano contro il Santissimo Spirito con parole e azioni. Le monache, temendo la censura dell’arcivescovo e anche perché erano di animo semplice, fecero come era stato detto loro. Dopo averlo lasciato al sole per due giorni lo riseppellirono, ma dopo un mese o due riaprirono la tomba e ne trassero le reliquie, che erano ancora intatte, ponendole in un sarcofago di marmo.

Nel 1934, quattordici anni dalla morte del Santo, un dottore tornava da un villaggio a cavallo e venne colto da un forte temporale nell’area del convento. Trovò riparo sotto un albero, ma pioveva così forte che gli venne da pensare che non avrebbe smesso tanto presto. Così l’unico riparo che poté individuare era il convento e decise di recarvisi. Aveva conosciuto il Santo Padre Nettario quand’era ancora in vita, ma essendo ateo, non gli portava grande riverenza. Andò a bussare alla porta e le monache lo fecero entrare per la notte, ma poiché era sera ed era proibito dai sacri canoni ospitare uomini nel convento, lo portarono in un luogo esterno, pensato per gli ospiti. Non essendo ancora state chiuse le porte, egli volle investigare su quanto aveva udito in merito a miracoli e reliquie incorrotte. Così andò dov’era il sarcofago e cominciò a spingere il pesante coperchio di marmo fino alla vita del Santo. In quel momento giunse una monaca e urlò: «Che cosa state facendo qui? Cosa volete fare, aprendo la tomba del nostro Anziano?». Ed egli rispose: «Voglio solo dare un’occhiata» «Ma voi non avete il permesso» ella insisteva e cominciò a creare scompiglio. Nel frattempo egli riuscì comunque ad esaminare le reliquie. Più tardi riportò: «Fui molto stupito di vedere che era il padre Nettario che tutti avevamo conosciuto, nel viso e nell’espressione. Anche la barba era intatta. Gliela tirai un po’, ma non si staccò. Toccai le sue mani e vidi che c’era pelle. Era rimasta ben aderente alle ossa (non c’era molta carne) e non era avvizzita. Poteva essere riconosciuto da chiunque l’avesse visto quand’era vivo». Poi chiusero il sarcofago di marmo.

Ma forse per i nostri peccati o per qualche altra ragione, alcuni anni più tardi le reliquie del Santo si dissolsero e ciò che abbiamo ora sono le sue sante ossa. Il suo santo cranio venne incastonato in una mitra vescovile con la parte alta aperta, in modo che chiunque potesse baciarlo. Il resto delle reliquie, che emanava molto profumo, venne posto in un reliquiario d’argento.


Traduzione della vita dal sito http://www.saint-nectarios-of-aegina.org/Biography_of_Saint_Nectarios.html


Il nostro padre tra i Santi Nettario è celebrato il 9 novembre (22 secondo il calendario civile).