mercoledì 29 dicembre 2010

Vita della nostra santa madre Genoveffa di Parigi (V)

Il bambino Cellomero


Dopo non molto tempo una donna che Genoveffa aveva liberata da un fastidioso demone era con lei. Ora, suo figlio aveva quattro anni, ed era caduto per disgrazia in un pozzo, e dopo essere stato immerso per quasi tre ore, fu tirato fuori da sua madre, che con gemiti e lamenti e con un aspetto distrutto lo depose morto ai piedi di Genoveffa. Costei lo prese e lo coprì con il suo velo, quindi si prosternò in preghiera, non cessando di pregare finché lo stato di morte non lasciò il bambino. Era il tempo della Quaresima, e il bambino, fatto catecumeno, fu istruito nella fede cattolica e battezzato alla vigilia di Pasqua. Fu chiamato Cellomero, poiché fu nella cella di Genoveffa che riebbe indietro la vita che aveva perduto.


L'uomo dalla mano inaridita


Nella città di Meaux corse a incontrarla un uomo con una mano inaridita, supplicandola di ridargli la salute. E così, prendendo la sua mano disseccata, e rafforzando la struttura delle sue dita e il suo braccio menomato con il srgno della Croce, Genoveffa gli restituì l'uso della mano nello spazio di mezz'ora.


La visitatrice curiosa


Dal giorno santo dell'Epifania fino al giorno chiamato Natività del Calice, o della Cena del Signore [Giovedì Santo], era abitudine della beata Genoveffa di rimanere rinchiusa e sola nella sua piccola cella, per poter servire più liberamente Iddio solo, con preghiere e vigilie. Un giorno venne da lei una certa dona motivata più dalla curiosità che dalla fede, che voleva sapere e poter raccontare ciò che Genoveffa faceva nella sua cella. Appena quella donna si accostò al suo uscio, perse la vista. Non so la ragione per cui le capitò questa punizione, ma alla conclusione della Quaresima Genoveffa uscì dalla sua cella, e con preghiere e con il segno della Croce le restituì la vista.

L'albero abitato dai demoni


Giunse il tempo in cui Parigi, per un periodo di dieci anni, fu sottoposta a blocco da parte dei Franchi. E sulla città cadde una tale fame che non poche persone morirono di stenti. E avvenne che Genoveffa fosse alla città di Arcis-sur-Aube, dove era giunta per comprare riserve di grano.

Quando giunse vicino al punto sulle rive della Senna dove si trovava un albero che aveva causato dei naufragi, chiese ai marinai di avvicinarsi alla riva e di abbattere l'albero. Con i colpi dei marinai, e Genoveffa che pregava, l'albero fu divelto alle radici. E subito ne uscirono due mostri di diversi colori, e per quasi due ore i marinai furono tormentati dall'orribile odore che ne promanava. Ma da quel momento, in quel punto non vi furono più naufragi.


La donna paralizzata


Quando Genoveffa entrò nella città di Arcis-sur-Aube, le venne incontro un certo tribuno di nome Passivo, che la supplicò di ridare la salute a sua moglie, che per un certo tempo era bloccata da una paralisi debilitante. E di questo la supplicarono anche gli anziani della città. Entrata nella sua casa, ella andò al letto della donna ammalata, e immediatamente, com'era sua costante abitudine, si mise a pregare. Al termine della preghiera, e dopo avere rafforzato la donna con il segno della Croce, le disse di alzarsi dal letto. Senza indugio la donna che, stando a quanto attestano, era stata immobilizzata dalla sua malattia per quasi quattro anni, e che era incapace anche di camminare da sola, si alzò dal letto completamente guarita al comando di Genoveffa. A causa di questo miracolo pubblico, tutti magnificarono il Signore, "che è mirabile nei suoi santi" (Ps 67:35).


Una moltitudine di ammalati; una ragazza cieca


Quando giunse alla città di Troyes, le venne incontro una moltitudine di persone che portavano i loro malati. Genoveffa, segnandoli e benedicendoli, li rese integri e sani. In quella stessa città le fu portato un uomo che aveva lavorato nel giorno del Signore, e che di conseguenza era stato accecato per retribuzione divina, e anche una ragazza, pure lei cieca, di circa dodici anni d'età. Dopo avere tracciato il segno della Croce sui loro occhi, e dopo avere invocato l'indivisa Trinità, Genoveffa restituì loro la vista.

giovedì 2 dicembre 2010

Vita della nostra santa madre Genoveffa di Parigi (IV)

Mirabile liberazione dei condannati


Non so come descrivere la venerazione con cui la considerava Childerico, re dei Franchi. Era tanto grande che un giorno, in cui egli aveva stabilito di mettere a morte alcuni prigionieri, li condusse fuori della città di Parigi, perché Genoveffa non cercasse di condurli dalle catene alla salvezza, e comandò che venissero chiusi i cancelli. Ma quando qualcuno avvisò Genoveffa delle deliberazioni del re, costei uscì subito a liberare quelle anime. Fu uno spettacolo non da poco di fronte all'intimorita popolazione della città quando, al tocco delle sue mani, il grande cancello della città si spalancò senza l'uso delle chiavi. E così, raggiunto il re, ella chiese e ottenne che i prigionieri non venissero decapitati.


San Simeone lo Stilita chiede le sue preghiere


Vi era un certo santo nei paesi dell'Oriente, un grande disprezzatore del mondo, di nome Simeone, che dimorò per circa quarant'anni su una colonna in Cilicia, a poca distanza da Antiochia. Dicono che seppe di lei in spirito, e fu sempre sollecito nel chiedere ai mercanti, che viaggiavano verso la Gallia e tornavano in Siria, di portargli notizie di Genoveffa. Di fatto, le mandava saluti con profondissima venerazione, e la supplicava con urgenza di ricordarlo nelle sue preghiere.


La liberazione di Cilinia


Una certa fanciulla che era giovane e già promessa sposa, di nome Cilinia, quando scoprì la grazia di Cristo che abbondava in Genoveffa, chiese di poter prendere l'abito [monastico]. Quando il giovane a cui era stata promessa lo seppe, fu ricolmo di indignazione, e giunse alla città di Meaux, dove Cilinia dimorava con Genoveffa. Appena le due giovani seppero che l'uomo era arrivato, andarono in chiesa in tutta fretta. L'evento fu un miracolo, poiché quando esse fuggirono nel battistero, che era all'interno della chiesa, questo si chiuse a chiave da solo. E così la suddetta fanciulla, liberata dal naufragio e dalla contaminazione di questo mondo, perseverò sino alla fine in temperanza e castità.


Guarigione della serva di Cilinia


Circa allo stesso tempo, Cilinia portò da Genoveffa un'ancella che l'aveva servita, e che era ammalata da quasi due anni, tanto che aveva perso l'uso dei piedi. Quando Genoveffa la toccò con le sue mani, ella ritrovò immediatamente la salute.


Genoveffa libera molti dai demoni


Accadde che a Parigi, la sua città, le portarono dodici anime, di uomini e donne, che erano gravemente ossesse da demoni. Subito, Genoveffa invocò Cristo chiedendogli di venirle in aiuto, e si mise in preghiera. A quel punto i posseduti furono sospesi in aria, in tal modo che le loro mani non toccavano il soffitto, né i loro piedi toccavano il suolo. E quando ella si rialzò dalla preghiera, comandò loro di andare alla basilica del santo martire Dionigi. Ma i posseduti gridarono che non avrebbero potuto camminare in alcun modo, se prima ella non li avesse liberati. E così Genoveffa li segnò con la Croce, e con le braccia conserte dietro la schiena e le lingue ammutolite, essi si misero in cammino verso la basilica del Martire. E seguendoli per circa due ore, anch'ella arrivò alla fine alla basilica. Là, quando iniziò a pregare, com'era sua abitudine, gettandosi sul pavimento e rimanendo là tra le lacrime, i posseduti fecero un terribile rumore con grida insopportabili, dicendo che erano ora arrivati coloro a cui Genoveffa si rivolgeva per avere consolazione - forse gli angeli, o i martiri, o certi santi che le venivano in aiuto. Quindi si presentò il Signore stesso, che "è vicino... a tutti quanti lo cercano con cuore sincero" (Sal. 144,19), poiché "appaga il desiderio di quanti lo temono" (ibid., 20), e "ascolta il grido dei giusti e li salva" (ibid., 20). E Genoveffa, rialzatasi dalla preghiera e segnandoli uno per uno, liberò tutti coloro che erano stati posseduti da spiriti immondi. E allo stesso tempo, tutti i presenti sentirono un orribile fetore, che ebbe luogo perché tutti potessero credere che le anime erano state davvero purificate e guarite dalla vessazione dei demoni. E per un miracolo tanto prodigioso, tutta l'assemblea magnificò il Signore.


Le sono trasparenti i peccati degli uomini


Un giorno giunse da lei in viaggio dalla città di Bourges fino a Parigi, una certa fanciulla che dopo la consacrazione del suo corpo (infatti era stata fatta monaca) aveva violato i voti, ma che gli uomini ritenevano senza macchia. Genoveffa le chiese se fosse stata consacrata vergine, oppure vedova. Ed ella rispose che era stata consacrata come monaca, e che offriva degno servizio a Cristo con un corpo inviolato. Al contrario Genoveffa rivelò il luogo, il tempo e l'uomo stesso da cui il suo corpo era stato violato. E colei che si era professata invano sposa di Cristo, pentendosi in coscienza, si gettò subito ai piedi di Genoveffa.

Potrei raccontare molte cose simili riguardo a varie persone, ma a causa del tempo che questo prenderebbe, preferisco mantenere il silenzio.

giovedì 25 novembre 2010

Vita della nostra santa madre Genoveffa di Parigi (III)

Genoveffa fa costruire la Basilica di San Dionigi


Non penso che dovrei rimanere in silenzio riguardo alla venerazione e alla dedizione con cui ella amava il villaggio di Catoliaco (Vicus Catholiacensis, antico nome di Saint Denis), in cui San Dionigi, assieme ai suoi compagni Rustico ed Eleuterio, soffrì il martirio e fu sepolto. La devozione della beata Genoveffa verso di lui era infatti fervida, ed ella desiderava erigervi una basilica in onore del santo ieromartire. Ma era priva di mezzi. Un giorno, mentre i preti della città le passavano accanto, si rivolse a loro così: "Miei venerabili santi padri e anziani in Cristo, vi prego di istituire una raccolta di fondi, in modo che si possa costruire una basilica in onore di San Dionigi. Nessun uomo infatti dubita che il suo tempio incuta timore e tremore." Ed essi le risposero: forse mancherà alla nostra umiltà l'abilità di costruire, poiché mancano i mezzi per cuocere la calce." Ella, ricolma di Spirito Santo, con un volto radioso, disse loro, profetizzando nella sua mente ancor più radiosa: "Andate, ve ne supplico, e camminate sul ponte della città, e riportatemi parola delle cose che udrete."

Quando essi furono per strada, rimasero in attesa di udire qualcosa che avesse attinenza con i desideri della vergine consacrata. Ed ecco, due mandriani di porci, non lontani da loro, si dicevano l'un l'altro: "mentre seguivo le tracce di un animale che si era allontanato, ho trovato un forno da calce di enormi dimensioni." E l'altro mandriano rispondeva, "Anch'io ho trovato nella foresta un albero sradicato abbattuto dal vento, e sotto le sue radici un simile forno da calce, dal quale credo non manchi nulla." All'udire queste cose, i presbiteri guardarono in alto e fissarono i loro occhi ai cieli per la gioia, e benedissero Dio, che si era compiaciuto di offrire una tale grazia attraverso la sua ancella Genoveffa. Trovando i luoghi dove erano i forni da calce, i presbiteri tornarono a raccontarle tutto ciò che avevano appreso dai mandriani dei porci. Da parte sua, ella inondò il suo grembo di lacrime di gioia, e quando i presbiteri ebbero lasciato la sua casa, si mise con le ginocchia fisse a terra e passò l'intera notte in preghiere e lacrime, supplicando Dio di concederle il suo aiuto, perché fosse in grado di costruire la basilica di San Dionigi.

Dopo il termine della sua veglia, alle prime luci dell'alba, si recò dal presbitero Genesio, e lo implorò di costruire la basilica in onore del santo martire. Lo informò pure delle provviste di calce che Dio aveva fornito. Ed egli pieno di timore cadde a terra, venerando Genoveffa con una prosternazione, e promise che avrebbe lavorato notte e giorno per completare ciò che ella gli aveva comandato. Alle suppliche di Genoveffa, tutti i cittadini diedero il loro aiuto, e in onore di San Dionigi fu costruita una basilica di grande altezza.


Un miracolo per i lavoratori


È anche degno di nota ricordare quali miracoli il Signore abbia operato attraverso di lei. Quando i carpentieri furono radunati, e avevano bisogno di legname, alcuni andarono verso le foreste a monte a raccogliere il legname, mentre altri lo trasportavano su carri, e mentre così facevano la loro scorta di bevande si esaurì. E Genoveffa non sapeva di questa mancanza di bevande. Genesio il presbitero le rese nota questa necessità, ed ella chiese il recipiente in cui le bevande dei lavoratori erano raccolte. Quando questo le fu portato, ella chiese a tutti di ritirarsi. E fissando le ginocchia a terra, effondendo lacrime, una volta che percepì che la sua preghiera era stata ascoltata, terminò la preghiera, si alzò, e fece il segno della croce sul recipiente. Mirabile a dirsi, immediatamente la vasca fu piena di bevanda fino all'orlo, e fintanto che la basilica fu in costruzione, i lavoratori ne bevvero in abbondanza, rendendo grazie a Dio.


Le candele si accendono al mero tocco della sua mano


Genoveffa aveva la devozione di tenersi desta in vigilia ogni sabato notte fino all'alba del primo giorno della settimana, secondo la tradizione del Signore, come una serva che attende il suo padrone quando questi ritorna dal banchetto nuziale. Una volta, dopo una notte tempestosa, quando il canto del gallo annunciò che era il nuovo giorno - il giorno del Signore - ella uscì dalla sua dimora, per recarsi con le altre vergini alla basilica di San Dionigi. E avvenne che la candela che era di fronte a loro si spense. Le vergini che erano con lei erano sconvolte dalla paura del buio e della tempesta, ma la santa Genoveffa chiese che le fosse portata la candela che si era spenta. Quando la prese in mano, essa si accese immediatamente, ed ella la portò nella basilica. Questo prodigio ebbe luogo altre due volte; un giorno infatti era entrata in chiesa e si era prosternata a lungo da sola, e al termine della preghiera si rialzò dal suolo, e una candela che mai aveva toccato fuoco si accese al tocco della sua mano per comando di Dio. Dicono anche che nella sua cella una candela si sia accesa al mero tocco della sua mano, e attraverso quella candela molti malati che, motivati dalla fede, la stingevano nelle mani anche per un breve istante, furono riportati in salute.


La ladra accecata


Una certa donna rubò furtivamente le scarpe della vergine, e appena arrivò a casa perse all'improvviso la vista. Comprendendo che l'offesa fatta a Genoveffa veniva puntia dal cielo, ella fu portata con l'aiuto di altri da Genoveffa, tenendo le scarpe nelle mani. E cadendo ai suoi piedi, implorò il suo perdono e il ritorno della sua vista. Genoveffa, con molta bontà, le diede la mano, la sollevò dal suolo, e facendole il segno della Croce sugli occhi, le ridiede la sua facoltà di vedere.

La ragazza paralitica


Nella città di Lione si possono raccontare molti miracoli operati dal Signore attraverso di lei. Mentre Genoveffa si avvicinava alla città, ma ne era ancora distante, gran parte degli abitanti uscì a incontrarla, inclusi i genitori di una certa ragazza che era afflitta da nove anni da una paralisi che non le lasciava muovere le membra. Alle suppliche dei genitori della ragazza e degli anziani del popolo, Genoveffa si recò alla casa della ragazza. Dopo aver pregato, toccò gli arti inerti, e le ordinò di vestirsi e di mettersi le scarpe con le proprie mani. E alzandosi dal letto, la ragazza ormai interamente guarita la accompagnò in chiesa assieme con l'altra gente.

Quando le folle ebbero visto questo miracolo, benedissero il nostro Signore Gesù Cristo, che aveva concesso una grazia tanto grande a quanti lo amano. E quando Genoveffa lasciò quella città, la gente la accompagnò per la strada cantando ed esultando.

martedì 8 giugno 2010

Vita della nostra santa madre Genoveffa di Parigi (II)

Seconda visita di San Germano


Quando San Germano ritornò a Parigi, in partenza per un ulteriore viaggio per la Britannia, tutta la città venne a incontrarlo sulla strada. Ed egli, preoccupato per Genoveffa, chiese cosa stesse facendo. Un uomo volgare prese la parola, dicendo che ella non era all'altezza dell'opinione che il vescovo aveva di lei. Per mostrare la completa vanità delle parole di quell'uomo, il santo ierarca entrò in città e si diresse alla dimora di Genoveffa. E la salutò con un'umiltà tanto grande, che tutti ne rimasero stupefatti. Dopo aver pregato, mostrò a coloro che la disprezzavano il suolo della camera nascosta della sua dimora, che era stato inondato dalle sue lacrime di preghiera. Sedutosi, parlò degli inizi della sua vita con le stesse parole che aveva apertamente usato a Nanterre E quindi, dopo averla raccomandata al popolo, partì nuovamente.


Attila l'Unno


In seguito, corse voce per tutta la Gallia che Attila, re degli Unni, stava arrivando a mettere selvaggiamente il paese a ferro e fuoco. Terrificati, i cittadini di Parigi decisero di accumulare i loro averi in qualche città più sicura. Ma Genoveffa chiamò a raccolta le donne, persuadendole a stare in digiuni, preghiere e vigilie, in modo che potessero scampare al disastro come Giuditta ed Ester. Acconsentendo alle richieste di Genoveffa, passarono diversi giorni nel battistero, sforzandosi di tenere vigilie, digiuni e preghiere. E agli uomini ella diede l'avviso di non spostare i loro beni da Parigi, dicendo che le città considerate più sicure dalla gente sarebbero state saccheggiate, ma Parigi sarebbe rimasta intatta per grazia di Cristo. Tuttavia, un'orda di parigini si sollevò contro di lei, chiamandola pseudo-profetessa a causa del suo consiglio di non spostare i propri averi. Essi decisero di punirla uccidendola per lapidazione o per annegamento. Nel frattempo, arrivò un arcidiacono da Auxerre, uno di quelli che avevano udito San Germano dare la sua magnifica testimonianza riguardo a Genoveffa. Trovando i cittadini radunati in diversi luoghi, e apprendendo del loro desiderio di metterla a morte, disse loro: "O cittadini! Non permettete un crimine così atroce. Colei che state ora complottando per uccidere, abbiamo udito nelle parole del santo Germano, nostro vescovo, che è stata scelta da Dio fin dal grembo di sua madre. E guardate, io le sto portando questo pane benedetto che le è stato inviato dal santo Germano." I parigini, ricordandosi della testimonianza di San Germano, e vedendo il pane benedetto portato dall'arcidiacono, intimoriti da Dio e meravigliandosi delle cose che l'arcidiacono aveva detto, abbandonarono i loro progetti depravati.


Pari ai Santi Martino e Aniano


In quel giorno si compì il detto dell'Apostolo, "Non di tutti infatti è la fede. Ma il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno" (2 Ts 3,3). I nobili vescovi Martino e Aniano sono altamente lodati, e gli uomini si meravigliano delle loro virtù, dato che il primo decise di andare all'indomani disarmato sul campo di battaglia, e ottenne in questo modo che si stabilisse la pace tra due campi rivali; l'altro invece riuscì con la forza delle sue preghiere a custodire la città di Arles dall'esercito degli unni da cui era circondata. Ma Genoveffa non è degna di essere onorata, dato che con le sue preghiere mandò immediatamente via il suddetto esercito, che non fu neppure capace di accerchiare Parigi?


Il suo grande ascetismo


Dal quindicesimo al cinquantesimo anno della sua vita, Genoveffa non rilassò mai il suo digiuno dalla domenica fino al giovedì, e ancora dal giovedì fino alla domenica. Prendendo un poco di cibo in questi due giorni consacrati, la domenica e il giovedì, passava il resto della settimana in astinenza dal cibo. E il suo cibo erano pane d'orzo e fagioli, vecchi di due o tre settimane, che faceva cuocere assieme in una pentola. Ma per tutta la vita non bevve vino né bevande inebrianti. Dopo il suo cinquantesimo anno di vita, iniziò a prendere pesce e latte assieme al suo pane d'orzo, su richiesta dei vescovi. Infatti considerava sacrilego contraddirli, temendo il detto del Signore: "Colui che ascolta voi, ascolta me, e colui che disprezza voi, disprezza me" (Lc 10,16).


Come il Protomartire Stefano


Tutte le volte che guardava verso il cielo piangeva, poiché era pura di cuore. Come l'evangelista Luca descrive il beatissimo Stefano, così anch'ella, si credeva, vedeva i cieli aperti, e il nostro Signore Gesù Cristo in piedi alla destra del Padre, poiché la promessa enunciata dal Signore rimane intatta: "Beati i puri di cuore, poiché vedranno Dio" (Mt 5,8)


Le sue "compagne"


Vi sono dodici "vergini" che Erma, detto il Pastore, citava nel suo libro come sue compagne: Fede, Astinenza, Pazienza, Magnanimità, Semplicità, Innocenza, Armonia, Carità, Disciplina, Castità, Verità e Prudenza. Queste erano inseparabili da Genoveffa.

sabato 1 maggio 2010

Vita della nostra santa madre Genoveffa di Parigi (I)


San Germano profetizza di lei


La beata Genoveffa nacque nella parrocchia di Nanterre, a circa sette miglia dalla città di Parigi. Suo padre si chiamava Severo, sua madre Geronzia. In quei giorni, avvenne che i venerabili uomini di Dio, i vescovi Germano e Lupo, si trovassero a passare da lì sulla strada per la Britannia, dove erano diretti a contrastare l'eresia pelagiana, che là aveva sollevato la testa, seminando zizzania nel grano dei fedeli della Chiesa. Questo errore negava l'assoluta necessità della grazia di Dio e del Santo Battesimo per la salvezza degli uomini, mentre le Scritture dicono: Se uno non nasce di nuovo dall'acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5). Ora, mentre essi passavano per quel luogo e una vasta folla si affrettò a uscire dalla chiesa per ottenere la loro benedizione al loro passaggio, San Germano vide in spirito, in mezzo alla moltitudine, che Genoveffa sarebbe divenuta una grande santa. Chiedendo che le venisse portata innanzi, la baciò sul capo e chiese alla folla il suo nome, e di chi fosse figlia. Il suo nome fu annunciato, e i suoi genitori chiamati a presentarsi. San Germano chiese loro: "Questa giovane è vostra figlia?" Essi dissero: "È nostra figlia, signore." San Germano disse loro: "Siete benedetti a essere i genitori di una discendenza così venerabile. Sappiate che alla sua nascita un mistero di grande gioia ed esultanza è stato celebrato dagli angeli. Ella sarà grande di fronte al Signore, e molti, vedendo la sua santa vita e vocazione, abbandoneranno il male, e le cose stolte e svergognate, e ricondurranno la loro vita al Signore, e riceveranno da Cristo la remissione dei loro peccati e la ricompensa della vita." Quindi disse a Genoveffa: "Figlia mia Genoveffa," ed ella rispose "La tua ancella ti ascolta, santo padre: dimmi ciò che mi comandi." San Germano le disse: "Non vorrei che tu esitassi a dirmi se desideri mantenere il tuo corpo immacolato e intatto per Cristo come sua sposa, facendoti consacrare come monaca." Genoveffa gli rispose: "Benedetto sei tu, padre mio, che ti sei compiaciuto di chiedermi se desidero fare ciò che è proprio la mia speranza. Io lo desidero, santo padre," disse, "e prego che il Signore si compiaccia di portare la mia devozione a compimento." San Germano le disse: "Abbi fiducia, figlia, agisci con coraggio, e possa tu essere sincera nelle tue azioni, in quanto credi nel tuo cuore, e in quanto pronunci con la tua bocca."

Ora, arrivati in chiesa, mentre stavano celebrando il ciclo spirituale [degli offici], la nona e la dodicesima ora, San Germano le tenne continuamente la mano sul capo. Dopo avere preso cibo e detto una preghiera, egli ordinò a Severo di portare a casa sua figlia, e di ritornare con lei alle prime luci del giorno, prima che riprendesse il suo lungo viaggio. Mentre la pallida luce dell'alba iniziava a diffondersi sulla terra, ella fu condotta dal padre, e San Germano le disse, "Ave, Genoveffa, figlia mia. Ti ricordi quanto mi hai promesso ieri riguardo alla verginità del tuo corpo?" Genoveffa gli rispose: "Ricordo quanto ho promesso a Dio e a te, santo padre: desidero mantenere incontaminata la castità della mente e del corpo, con l'aiuto di Dio, fino alla fine." San Germano, colpito dal dono di Dio e dalla fede perfetta della fanciulla, tenne gli occhi a terra mentre ella parlava. Ora accadde che vi fosse una moneta che giaceva vicino ai suoi piedi, e aveva sopra stampigliata una croce: egli la prese, ordinandole di portarla sempre al collo. La esortò anche a mantenersi libera da ornamenti d'oro, d'argento e di perle. "Se infatti la bellezza fugace di questo mondo ti conquisterà la mente, ti troverai priva di quegli ornamenti che sono celesti ed eterni." Prendendo commiato da lei, chiedendole di ricordarlo nelle sue preghiere, e raccomandandola a suo padre Severo, completò con l'aiuto di Dio il viaggio che aveva iniziato.


Sua madre è punita da Dio


Avvenne, dopo diversi giorni, che quando sua madre era sul punto di andare in chiesa in un giorno di festa solenne, e aveva ordinato a Genoveffa di rimanere a casa, che non si riuscisse a lenire i suoi pianti e le sue lacrime. La fanciulla diceva infatti: "La fedeltà che ho promesso al santo Germano, la manterrò, e Cristo mi consolerà, e frequenterò la soglia della chiesa, per essere trovata degna di essere sposa di Cristo, come il beatissimo confessore mi ha promesso a sua volta." Sua madre, colma d'ira, colpì la figlia, e immediatamente i suoi occhi furono privati dell'abilità di vedere. Per un anno e nove mesi, per volontà della maestà di Dio, fu afflitta da questa cecità per manifestare la grazia che Genoveffa aveva. Giunse un giorno in cui, ricordando ciò che il grande ierarca aveva detto di sua figlia, la chiamò a sé e le chiese, "Ti prego, figlia mia, prendi un secchio e vai al pozzo, e portami dell'acqua." E quando fu giunta in tutta fretta al pozzo, pianse sull'orlo del pozzo poiché la madre aveva perso la vista, e quando smise di piangere, riempì il recipiente e portò l'acqua alla madre. Soffiando su di esso, Genoveffa lo sigillò con la potenza della Croce, e lo diede a sua madre. La madre, stendendo le mani al cielo con fede e venerazione per l'acqua, ne bevve. Poco dopo, iniziò a tornarle la vista. Ripetendo questo gesto per due o tre volte, la vista che aveva perso le fu completamente resa.


La rivelazione del vescovo Iulico


Accadde che, con due fanciulle molto più anziane di lei, Genoveffa andò dal vescovo Iulico per ricevere la consacrazione. Quando gli furono portate le fanciulle in ordine di età, quel santo ierarca fu informato divinamente che Genoveffa era molto più elevata in rettitudine delle altre, e disse: "La fanciulla che viene per ultima è di maggior statura, dato che ha già ricevuto la santificazione dall'alto." E così esse ricevettero la benedizione del vescovo e partirono.


La sua afflizione e la visione sublime


Col tempo, dopo la morte dei suoi genitori, la beata Genoveffa andò a vivere a Parigi. E perché il potere del Signore potesse essere provato nella sua infermità, e perché la grazia di Cristo che era su di lei brillasse con maggiore radianza, il suo corpo fu preso da una paralisi, tale da farle perdere l'uso dei suoi arti. Afflitta da questa infermità, per tre giorni apparve priva di vita, e solo le sue ginocchia avevano un poco di colore. Quando alla fine ricuperò la salute del corpo, dichiarò di essere stata condotta in spirito da un angelo al luogo di riposo dei giusti, e di avere contemplato là le ricompense preparate per coloro che amano Dio, che sono considerate incredibili dai privi di fede.


Intuito nei cuori degli uomini


Molte volte ella rivelò con chiarezza ciò che era nelle coscienze di quanti vivevano in questo mondo. O tutti voi che la invidiate! Sarebbe meglio che rimaneste in silenzio, poiché i mali della vostra coscienza si rivelano nel vostro risentimento verso i giusti.

domenica 11 aprile 2010

San Massimo, vescovo di Torino


Massimo, vescovo della chiesa di Torino, uomo abbastanza attento alle Sacre Scritture e sufficiente nell'insegnare al popolo in modo estemporaneo, compose un trattato in lode degli Apostoli, uno sulla natività di Giovanni il Battista e un'omelia riguardante in generale tutti i Martiri; ma espose con sapienza molte cose anche sui capitoli dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli. Scrisse inoltre due trattati sulla vita di sant'Eusebio, martire e confessore, del martirio dei santi Cipriano e Lorenzo e pubblicò un libro sulla grazia spirituale del battesimo. Lessi suoi scritti sull'avarizia, sull'ospitalità, sull'eclisse lunare, sulle elemosine, sul passo di Isaia I tuoi osti mesceranno vino con acqua, sulla Passione del Signore, in generale sul digiuno dei servi di Dio, sullo specifico digiuno della Quaresima e che durante quest'ultimo non bisogna scherzare, su Giuda il traditore, sulla Croce del Signore, sul sepolcro del Signore, sulla Sua Resurrezione, sul Signore giudicato da Pilato, sulle calende di gennaio. Molte omelie sul Natale del Signore, sull'Epifania, sulla Pasqua e sulla Pentecoste; sul non aver timore dei nemici carnali, sul rendere grazia a Dio dopo il pasto, sulla penitenza dei Niniviti e molte altre, avute da più persone, che ora qui non ricordo. Morì sotto il regno di Onorio e Teodosio il giovane.

Tratto da Gennadio di Marsiglia (+496),
Sugli scrittori ecclesiastici, Migne PL, 58, cap. 40.

sabato 10 aprile 2010

Vita di Sant'Onorato, vescovo di Arles e fondatore del monastero di Lérins (segnalazione)


Segnalo che la casa editrice Il Leone Verde (www.leoneverde.it) ha pubblicato una traduzione di tre testi sulla vita di questo santo ortodosso occidentale (vissuto circa tra il 370 e il 429), fondatore di uno dei più celebri monasteri dell'antica Gallia, quello dell'isola di Lérins, sull'attuale costa di Cannes, che ha prodotto molti santi ortodossi: Ilario di Arles, Lupo di Troyes, Fausto di Riez, Vincenzo di Lérins, Cesario di Arles, Eucherio di Lione...
Si tratta di tre omelie, la prima e più celebre è di sant'Ilario di Arles (400-449), le altre due di san Fausto di Riez (410-495) e di san Cesario di Arles (470-543); trattandosi di contemporanei (Ilario era anche parente di Onorato) i loro scritti sono altamente attendibili e ci danno una descrizione priva di qualsiasi tenore leggendario della vita di questo santo monaco del V secolo.
Il volume in cartaceo costa 12.39 euro, ma (cosa molto interessante, direi) è possibile anche acquistarlo come e-book (scaricabile da internet direttamente sul proprio pc. Serve un software per la lettura del file, vi suggerisco Calibre, che è open source http://calibre-ebook.com) alla modicissima cifra di 4.80 euro.