venerdì 2 gennaio 2009

Vita di San Giovanni, arcivescovo di Shangai e di San Francisco (V)

Parigi

Vladika stesso andò a Washington D.C. per condurre la propria gente in America. Le legislazione venne modificata e praticamente l’intero campo venne a New York, ancora una volta grazie a lui. Terminato l’esodo del suo gregge dalla Cina, nel 1951 all’arcivescovo Giovanni venne affidato un nuovo compito per il suo zelo pastorale: venne infatti inviato dal Sinodo dei Vescovi all’Arcidiocesi dell’Europa Occidentale, con sede prima a Parigi e poi a Bruxelles. Divenne pertanto uno dei gerarchi di rilievo della Chiesa Russa all’Estero, la cui partecipazione veniva frequentemente richiesta alle sessioni del Sinodo a New York.

In Europa occidentale Vladika prese ad interessarsi profondamente non solo della diaspora russa, per la quale si impegnava instancabilmente in opere simili a quelle grazie alle quali era stato noto a Shangai, ma anche degli abitanti locali. Ricevette sotto la sua giurisdizione le locali chiese ortodosse francesi e olandesi, proteggendole ed incoraggiando il loro sviluppo ortodosso. Celebrava la divina liturgia in francese ed olandese, così come prima aveva fatto in greco e cinese e come più tardi farà in inglese.

L’interesse e la devozione di Vladika per i Santi della Chiesa, che già prima sembrava conoscere in modo illimitato, si estese ora ai Santi dell’Europa occidentale che risalissero a prima dello scisma della chiesa latina, molti dei quali, venerati solo localmente, non erano inclusi in alcun calendario ortodosso. Egli raccolse le loro vite ed immagini e più tardi ne sottomise un’ampia lista al Sinodo.

Di questo periodo della presenza di Vladika in Europa occidentale la signora E.G. Chertkova ricorda: «In più occasioni visitai Vladika quando viveva nel palazzo del Corpo dei Cadetti, vicino a Parigi. Aveva una piccola cella all’ultimo piano. In essa c’erano un tavolo, una poltrona, varie sedie e, in un angolo, icone e un leggio con dei libri. Non c’erano letti, dal momento che Vladika non si stendeva a dormire, ma pregava appoggiandosi ad un alto bastone con una traversa sulla cima. A volte pregava inginocchiato; più spesso, quando si prostrava, cadeva addormentato in quella posizione sul pavimento per un poco. Ecco come stancava il suo corpo! Alle volte, durante le nostre conversazioni, mi sembrava che sonnecchiasse. Ma quando mi fermavo, egli mi diceva immediatamente: “Continuate, vi ascolto”.

Poiché da tempo la nostra chiesa non aveva un prete stabile, una volta venne un prete da un’altra parrocchia per celebrare i Vespri. L’intera funzione durò solo quarantacinque minuti (di solito dura due ore e mezzo)! Eravamo orripilati! Così tante parti dei Vespri vennero saltate, che decidemmo di riferirlo a Vladika. Speravamo che avrebbe indotto il prete a seguire l’ordine stabilito delle funzioni. Ma egli ci rispose cordialmente: “Com’è difficile accontentare le persone! Io celebro troppo a lungo e lui troppo poco!” Con una simile gentilezza e docilità ci insegnava a non giudicare».

La reputazione di santità di Vladika si diffuse anche fra i non ortodossi. In una delle chiese cattoliche di Parigi un prete si sforzò di ispirare i suoi giovani con queste parole: «Voi domandate prove, dite che oggi non ci sono più né miracoli, né santi. Perché devo darvi delle prove teoriche, se oggi cammina per le strade di Parigi un santo – San Giovanni dai Piedi Nudi?». Molte persone testimoniarono dei miracoli operati dall’arcivescovo Giovanni in Europa occidentale.

V.D. racconta: «Molti erano consapevoli che non era necessario dire a Vladika di visitare qualcuno. Il Signore stesso gli ispirava dove e da chi andare. Vladika Giovanni era conosciuto in molti degli ospedali francesi e vi era ammesso in qualunque momento. Egli, senza sbagliarsi, si dirigeva sempre dove c’era bisogno. Una volta mio fratello venne portato in ospedale per una ferita alla testa. Le radiografie rivelarono un’ampia frattura cranica. I suoi occhi gonfiarono e divennero sanguigni; era in condizioni critiche. Vladika, che non conosceva mio fratello, in qualche modo lo trovò nell’ospedale, pregò su di lui e gli impartì la Santa Comunione. Quando gli vennero rifatte le radiografie, non c’era più alcuna frattura ed egli recuperò molto in fretta. Il dottore era sbigottito!»

sabato 29 novembre 2008

Vita di San Giovanni, arcivescovo di Shangai e San Francisco (IV)

Shangai (II)

Vladika amava visitare gli ammalati e lo faceva ogni giorno, ascoltando le confessioni e portando i Santi Doni. Se la condizione di un paziente diventava critica, Vladika sarebbe andato da lui a qualsiasi ora del giorno o della notte per pregare a fianco del suo letto. Ecco un indubbio miracolo tra i molti che fecero le sue preghiere; fu registrato e inserito negli archivi del County Hospital di Shangai: L.D. Sadkovskaya era molto amante della corsa a cavallo. Una volta venne disarcionata, batté la testa su una roccia e perse conoscenza. Venne portata all’ospedale priva di conoscenza. Un conciliabolo di dottori fu d’accordo nel ritenere che la sua situazione fosse senza speranza e che non c’erano probabilità di sopravvivenza fino al mattino. Il battito era quasi cessato; il cranio era fratturato in più parti, al punto che piccoli frammenti premevano sul cervello. In simili condizioni sarebbe morta sul tavolo operatorio. E anche se il suo cuore avesse sopportato l’operazione e questa fosse andata a buon fine, sarebbe comunque rimasta sorda, muta e cieca.

Sua sorella, dopo aver sentito questo, corse disperata dal vescovo Giovanni e lo pregò di salvarla. Vladika acconsentì. Venne all’ospedale e chiese a tutti di lasciare la stanza, rimanendo in preghiera per due ore circa. Poi chiamò il primario e gli chiese di riesaminarla. Con sua grande sorpresa il battito era regolare! Il medico fu d’accordo nell’eseguire immediatamente l’operazione, ma soltanto alla presenza del vescovo Giovanni. L’intervento riuscì e i dottori furono stupiti quando, subito dopo, la paziente riacquistò conoscenza e chiese da bere. Presto venne dimessa dall’ospedale e visse per molti anni una vita normale.

Vladika visitava anche le prigioni e celebrava la Divina Liturgia per i condannati su un primitivo piccolo tavolo. Ma l’impegno più gravoso per un pastore è visitare gli infermi di mente e gli indemoniati – e Vladika acutamente li distingueva. Fuori Shangai c’era un manicomio e solo Vladika aveva la forza spirituale di visitare queste persone terribilmente malate. Egli dava loro i Santi Doni ed essi, sorprendentemente, li ricevevano pacificamente e lo ascoltavano. Aspettavano sempre la sua visita e lo incontravano con gioia.

Vladika possedeva anche un grande coraggio. Durante l’occupazione giapponese le autorità occupanti tentarono in ogni modo di piegare la colonia russa al proprio volere. Pressioni vennero esercitate sui capi del Comitato degli Emigrati Russi. Due presidenti di questo Comitato si sforzarono di conservare la loro indipendenza e come conseguenza vennero entrambi assassinati. Confusione e terrore afferrarono la colonia russa e in quel momento, Vladika Giovanni, nonostante fosse stato messo in guardia da parte dei Russi che stavano collaborando con i Giapponesi, si dichiarò temporaneamente capo della colonia.

Durante l’occupazione giapponese era estremamente pericoloso camminare per le strade di notte e molte persone cercavano di essere a casa con il buio. Vladika invece, senza prestare attenzione al pericolo, continuò a visitare ammalati e bisognosi ad ogni ora della notte e non venne mai toccato.

A Shangai un’insegnante di dizione, Anna Petrovna Lushinkova, gli insegnò il modo corretto di respirazione e di pronuncia delle parole, con questo aiutandolo ad ottenere una migliore dizione. Alla fine di ciascuna lezione Vladika le pagava 20 dollari. Nel 1945, durante la guerra, ella venne gravemente ferita e le capitò di trovarsi in un ospedale in Francia. In una notte terribile di tempesta, sentendo che avrebbe potuto morire, Anna Petrovna cominciò a domandare alle infermiere di chiamare Vladika Giovanni, che era in Francia, in modo che potesse darle la Santa Comunione. Le infermiere rifiutarono, poiché l’ospedale aveva le porte serrate durante la notte, a causa delle condizioni di guerra. Anna Petrovna era fuori di sé e continuava a chiamare Vladika. Improvvisamente, intorno alle undici di sera, Vladika apparve nel reparto. Incapace di credere ai suoi occhi Anna Petrovna gli chiese se fosse un sogno o se davvero egli fosse venuto fin da lei. Vladika sorrise, pregò e le amministrò i Santi Doni. Dopo di ciò ella si calmò e cadde addormentata. La mattina dopo si sentì guarita. Nessuno credette che Vladika l’avesse visitata, poiché le porte dell’ospedale erano saldamente serrate. Tuttavia, la sua vicina di stanza comprovò il fatto, affermando di avere anche lei visto Vladika. La più grande sorpresa fu che sotto il cuscino di Anna Petrovna venne trovata una banconota da 20 dollari. In questo modo Vladika lasciò un’evidenza materiale della sua visita.

Un ex chierichetto di Vladika a Shangai ed oggi arciprete, Geoge Larin, riferisce: «Malgrado la severità di Vladika, i giovani chierichetti lo amavano moltissimo. Per me Vladika fu sempre un ideale che desideravo emulare in ogni modo. Così, durante la Quaresima, smisi di dormire nel letto e giacevo sul pavimento, smisi di mangiare il pasto usuale della mia famiglia, ma consumavo pane e acqua in solitudine… I miei genitori si preoccuparono e mi portarono da Vladika. Ascoltandoli fino in fondo, egli chiese alla guardia di andare al negozio e portare una salsiccia. Alle mie grida in lacrime che non volevo rompere il digiuno di Quaresima, il saggio prelato mi ammonì di mangiare la salsiccia e di ricordarmi sempre che l’obbedienza ai genitori era più importante delle realizzazioni personali. «Come devo fare allora, Vladika?», chiesi, desiderando incarichi cui applicarmi in modo speciale. «Va’ in chiesa come hai sempre fatto e a casa fa’ ciò che mamma e papà ti richiedono». Mi ricordo quanto fossi addolorato che Vladika non mi avesse assegnato alcun compito speciale.

Con l’arrivo dei Comunisti, i Russi in Cina furono costretti ancora una volta ad emigrare, la maggior parte di essi attraverso le Filippine. Nel 1949, circa 5000 rifugiati provenienti dalla terraferma cinese vivevano in un campo dell’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati sull’isola di Tubabao. Essa si trovava sulla strada dei tifoni stagionali che soffiavano in quella parte di Pacifico. Nei 27 mesi di occupazione del campo, tuttavia, venne minacciata solo una volta da un tifone, il quale cambiò direzione e la evitò.

Quando il timore dei tifoni venne manifestato da un russo ai Filippini, essi replicarono che non c’era motivo di aver timore, perché «il vostro sant’uomo benedice il vostro campo dalle quattro direzioni, ogni notte». Essi riferirono questa frase a Vladika Giovanni, perché nessun tifone colpì l’sola mentre lui era là. Quando il campo era stato quasi interamente evacuato e le persone reinsediate altrove (per lo più negli USA o in Australia), venne colpito da un terribile tifone che lo distrusse interamente.

martedì 25 novembre 2008

Vita di San Giovanni, arcivescovo di Shangai e San Francisco (III)

Shangai (I)

Vladika arrivò a Shangai a fine novembre, per la festa dell’Ingresso della Madre di Dio al Tempio e trovò un’ampia cattedrale in costruzione e un conflitto giurisdizionale da risolvere. La prima cosa che fece fu ripristinare l’unità della Chiesa: stabilì contatti con Serbi, Greci e Ucraini. Mise un’attenzione speciale all’educazione religiosa e si impose come regola di essere presente agli esami orali delle classi di catechismo in tutte le scuole ortodosse di Shangai. Nello stesso tempo diventò il protettore di varie associazioni caritatevoli e filantropiche e partecipò attivamente al loro lavoro, specialmente dopo aver visto le circostanze di bisogno in cui si trovava la maggior parte del suo gregge di rifugiati dall’Unione Sovietica. Non andò mai a prendere il tè dai ricchi, ma fu sempre visto dove c’era bisogno, senza riguardo per l’ora o le condizioni atmosferiche. Organizzò una casa per bambini e figli di genitori in difficoltà, affidandola alla protezione celeste di un santo che egli venerava profondamente, San Tikhon di Zadonsk, che amava i bambini. Vladika stesso raccoglieva bambini ammalati ed affamati dalle strade e dai vicoli bui dei sobborghi di Shangai. Iniziato con otto bambini, più tardi l’orfanotrofio ne ospitò più di cento contemporaneamente e circa millecinquecento in tutto. Quando vennero i Comunisti, Vladika fece evacuare l’intero orfanotrofio prima su un’isola delle Filippine e successivamente in America.

Presto al suo nuovo gregge divenne chiaro che Vladika era un grande asceta. Il nocciolo del suo ascetismo erano la preghiera e il digiuno: mangiava solo una volta al giorno, intorno alle undici di sera; durante la prima e l’ultima settimana di Quaresima non mangiava per nulla e nelle altre settimane, come durante il digiuno di Avvento, mangiava solo l’antidoro dall’altare. Di solito passava le sue notti in preghiera e quando, infine, diventava esausto, appoggiava la testa sul pavimento e rubava poche ore di sonno intorno all’alba. Al momento di servire il Mattutino, si sarebbe bussato invano alla porta: Vladika era rannicchiato a terra, nell’angolo delle icone, sopraffatto dal sonno. Tuttavia, ad un minimo tocco, egli balzava in piedi e in pochi minuti arrivava in chiesa per il rito, con dell’acqua fredda che colava dalla barba, ma sufficientemente sveglio.

Vladika officiava in cattedrale ogni mattina e ogni sera, anche quand’era malato. Celebrava la Divina Liturgia ogni giorno e lo avrebbe fatto per il resto della sua vita; e se per qualche motivo non avesse potuto servire, tuttavia avrebbe almeno ricevuto i Santi Doni. Non importa dove fosse, non sarebbe mancato ad un rito. Una volta, secondo un testimone, «la gamba di Vladika era terribilmente gonfia e il conciliabolo dei dottori, temendo una cancrena, prescrisse l’ospedalizzazione immediata, che Vladika rifiutò categoricamente. Allora i dottori russi informarono il consiglio parrocchiale che essi si consideravano svincolati da qualsiasi responsabilità per la salute e, al limite, anche la vita del paziente. I membri del consiglio, dopo aver lungamente implorato misericordia e minacciato di portarlo a forza, costrinsero Vladika ad acconsentire; fu pertanto mandato all’ospedale russo la mattina del giorno precedente la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Alle sei in punto, tuttavia, Vladika venne a piedi, zoppicando, in cattedrale e servì la Liturgia. In un giorno tutto il gonfiore passò».

La costante attenzione di Vladika per la mortificazione di sé aveva le sue radici nel timore di Dio, che egli possedeva secondo la tradizione della Chiesa antica e della Santa Russia. Il seguente incidente, riportato da O. Skpichenko e confermato da molti che si trovavano allora a Shangai, illustra bene la sua audace, incrollabile fede in Cristo: «La signora Menshikova venne morsa da un cane rabbioso. Non avendo avuto cura o avendone avuta poca nel farsi fare le iniezioni antirabbiche, ella cadde preda di questa terribile malattia. Il vescovo Giovanni lo seppe e venne a visitare la donna morente. Le diede i Santi Doni, ma proprio in quel momento ella cominciò ad avere uno degli attacchi del male, con schiuma alla bocca e contemporaneamente sputò quanto aveva appena ricevuto. Il Santo Sacramento non può essere gettato via e perciò Vladika lo prese e ingerì quello che la donna aveva vomitato. Quelli che erano con lui esclamarono: “Vladika, cosa sta facendo? La rabbia è estremamente contagiosa!” Ma egli rispose con tranquillità: “Non succederà nulla: questi sono i Santi Doni”. E in effetti, non accadde nulla».

Oggi è risaputo che Vladika non solo era un uomo giusto e un asceta, ma era anche così vicino a Dio da essere dotato del dono della chiaroveggenza e ci furono guarigioni in conseguenza alle sue preghiere. Colpisce un resoconto di una testimone oculare, Linda Liu, che dà prova dell’elevatezza spirituale di Vladika: «Vladika venne ad Hong Kong due volte. È strano, ma sebbene io allora non lo conoscessi, gli scrissi una lettera chiedendogli di aiutare una vedova e i suoi bambini e gli chiesi anche di alcune personali questioni spirituali, ma non ricevetti mai una risposta. Passò un anno. Vladika venne ad Hong Kong ed io ero tra la folla che si era radunata per incontrarlo in chiesa. Vladika si girò verso di me e disse: “Sei tu che mi hai scritto una lettera!” Io ero stupefatta, perché non mi aveva mai visto prima».

Ecco un’altra testimonianza: «Venne cantato un molieben, dopo il quale Vladika, stando davanti ad un leggio, teneva un sermone. Io ero vicina a mia madre ed entrambe vedemmo una luce che circondava Vladika fino a lambire il leggio – un alone intorno a lui esteso circa un piede. Tutto questo durò per un tempo piuttosto lungo. Quando il sermone fu terminato, io, colpita da un simile fenomeno inusuale, riferii ciò che avevamo visto ad un amico, che ci rispose: “Sì, molti fedeli l’hanno visto”. Lo vide anche mio marito, che era un po’ più lontano».

Un evento simile avvenne nel 1939, quando una parrocchiana cominciò a perdere la sua fede a causa delle numerose tribolazioni che le erano accadute. Una volta, mentre entrava in chiesa durante la Liturgia servita da Vladika, ella testimoniò che durante la consacrazione dei Santi Doni una piccola fiamma della forma di un tulipano era discesa nel calice. Dopo questo miracolo la sua fede ritornò ed ella cominciò a pentirsi per la sua debolezza.

In un caso, a Shangai, gli venne richiesto di portare la comunione ad un moribondo in un ospedale russo. Questa volta prese un altro sacerdote con sé. Al suo arrivo individuò un giovane socievole, di circa vent’anni, che suonava un’armonica. Questo ragazzo avrebbe dovuto essere dimesso il giorno successivo. Vladika Giovanni lo chiamò e gli disse: «Voglio darti subito la comunione». Il giovane immediatamente confessò i suoi peccati e ricevette i Santi Doni. Il sacerdote stupefatto gli chiese perché non andasse dall’uomo morente e invece perdesse tempo con un giovane evidentemente sano. Vladika rispose: «Questi morirà stanotte, mentre l’altro, che è seriamente ammalato, vivrà ancora molti anni». Successe proprio come aveva previsto.

Shangai I

Vladika arrivò a Shangai a fine novembre, per la festa dell’Ingresso della Madre di Dio al Tempio e trovò un’ampia cattedrale in costruzione e un conflitto giurisdizionale da risolvere. La prima cosa che fece fu ripristinare l’unità della Chiesa: stabilì contatti con Serbi, Greci e Ucraini. Mise un’attenzione speciale all’educazione religiosa e si impose come regola di essere presente agli esami orali delle classi di catechismo in tutte le scuole ortodosse di Shangai. Nello stesso tempo diventò il protettore di varie associazioni caritatevoli e filantropiche e partecipò attivamente al loro lavoro, specialmente dopo aver visto le circostanze di bisogno in cui si trovava la maggior parte del suo gregge di rifugiati dall’Unione Sovietica. Non andò mai a prendere il tè dai ricchi, ma fu sempre visto dove c’era bisogno, senza riguardo per l’ora o le condizioni atmosferiche. Organizzò una casa per bambini e figli di genitori in difficoltà, affidandola alla protezione celeste di un santo che egli venerava profondamente, San Tikhon di Zadonsk, che amava i bambini. Vladika stesso raccoglieva bambini ammalati ed affamati dalle strade e dai vicoli bui dei sobborghi di Shangai. Iniziato con otto bambini, più tardi l’orfanotrofio ne ospitò più di cento contemporaneamente e circa millecinquecento in tutto. Quando vennero i Comunisti, Vladika fece evacuare l’intero orfanotrofio prima su un’isola delle Filippine e successivamente in America.

Presto al suo nuovo gregge divenne chiaro che Vladika era un grande asceta. Il nocciolo del suo ascetismo erano la preghiera e il digiuno: mangiava solo una volta al giorno, intorno alle undici di sera; durante la prima e l’ultima settimana di Quaresima non mangiava per nulla e nelle altre settimane, come durante il digiuno di Avvento, mangiava solo l’antidoro dall’altare. Di solito passava le sue notti in preghiera e quando, infine, diventava esausto, appoggiava la testa sul pavimento e rubava poche ore di sonno intorno all’alba. Al momento di servire il Mattutino, si sarebbe bussato invano alla porta: Vladika era rannicchiato a terra, nell’angolo delle icone, sopraffatto dal sonno. Tuttavia, ad un minimo tocco, egli balzava in piedi e in pochi minuti arrivava in chiesa per il rito, con dell’acqua fredda che colava dalla barba, ma sufficientemente sveglio.

Vladika officiava in cattedrale ogni mattina e ogni sera, anche quand’era malato. Celebrava la Divina Liturgia ogni giorno e lo avrebbe fatto per il resto della sua vita; e se per qualche motivo non avesse potuto servire, tuttavia avrebbe almeno ricevuto i Santi Doni. Non importa dove fosse, non sarebbe mancato ad un rito. Una volta, secondo un testimone, «la gamba di Vladika era terribilmente gonfia e il conciliabolo dei dottori, temendo una cancrena, prescrisse l’ospedalizzazione immediata, che Vladika rifiutò categoricamente. Allora i dottori russi informarono il consiglio parrocchiale che essi si consideravano svincolati da qualsiasi responsabilità per la salute e, al limite, anche la vita del paziente. I membri del consiglio, dopo aver lungamente implorato misericordia e minacciato di portarlo a forza, costrinsero Vladika ad acconsentire; fu pertanto mandato all’ospedale russo la mattina del giorno precedente la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Alle sei in punto, tuttavia, Vladika venne a piedi, zoppicando, in cattedrale e servì la Liturgia. In un giorno tutto il gonfiore passò».

La costante attenzione di Vladika per la mortificazione di sé aveva le sue radici nel timore di Dio, che egli possedeva secondo la tradizione della Chiesa antica e della Santa Russia. Il seguente incidente, riportato da O. Skpichenko e confermato da molti che si trovavano allora a Shangai, illustra bene la sua audace, incrollabile fede in Cristo: «La signora Menshikova venne morsa da un cane rabbioso. Non avendo avuto cura o avendone avuta poca nel farsi fare le iniezioni antirabbiche, ella cadde preda di questa terribile malattia. Il vescovo Giovanni lo seppe e venne a visitare la donna morente. Le diede i Santi Doni, ma proprio in quel momento ella cominciò ad avere uno degli attacchi del male, con schiuma alla bocca e contemporaneamente sputò quanto aveva appena ricevuto. Il Santo Sacramento non può essere gettato via e perciò Vladika lo prese e ingerì quello che la donna aveva vomitato. Quelli che erano con lui esclamarono: “Vladika, cosa sta facendo? La rabbia è estremamente contagiosa!” Ma egli rispose con tranquillità: “Non succederà nulla: questi sono i Santi Doni”. E in effetti, non accadde nulla».

Oggi è risaputo che Vladika non solo era un uomo giusto e un asceta, ma era anche così vicino a Dio da essere dotato del dono della chiaroveggenza e ci furono guarigioni in conseguenza alle sue preghiere. Colpisce un resoconto di una testimone oculare, Linda Liu, che dà prova dell’elevatezza spirituale di Vladika: «Vladika venne ad Hong Kong due volte. È strano, ma sebbene io allora non lo conoscessi, gli scrissi una lettera chiedendogli di aiutare una vedova e i suoi bambini e gli chiesi anche di alcune personali questioni spirituali, ma non ricevetti mai una risposta. Passò un anno. Vladika venne ad Hong Kong ed io ero tra la folla che si era radunata per incontrarlo in chiesa. Vladika si girò verso di me e disse: “Sei tu che mi hai scritto una lettera!” Io ero stupefatta, perché non mi aveva mai visto prima».

Ecco un’altra testimonianza: «Venne cantato un molieben, dopo il quale Vladika, stando davanti ad un leggio, stava tenendo un sermone. Io ero vicina a mia madre ed entrambe vedemmo una luce che circondava Vladika fino al leggio – un alone intorno a lui esteso circa un piede. Tutto questo durò per un tempo piuttosto lungo. Quando il sermone fu terminato, io, colpita da un simile fenomeno inusuale, riferii ciò che avevamo visto ad un amico, che ci rispose: “Sì, molti fedeli l’hanno visto”. Lo vide anche mio marito, che era un po’ più lontano».

Un evento simile avvenne nel 1939, quando una parrocchiana cominciò a perdere la sua fede a causa delle numerose tribolazioni che le erano accadute. Una volta, mentre entrava in chiesa durante la Liturgia servita da Vladika, ella testimoniò che durante la consacrazione dei Santi Doni una piccola fiamma della forma di un tulipano era discesa nel calice. Dopo questo miracolo la sua fede ritornò ed ella cominciò a pentirsi per la sua debolezza.

Vladika visitava le prigioni e celebrava la Divina Liturgia per i condannati. In un caso, a Shangai, gli venne richiesto di portare la comunione ad un moribondo in un ospedale russo. Questa volta prese un altro sacerdote con sé. Al suo arrivo individuò un giovane socievole, di circa vent’anni, che suonava un’armonica. Questo ragazzo avrebbe dovuto essere dimesso il giorno successivo. Vladika Giovanni lo chiamò e gli disse: «Voglio darti subito la comunione». Il giovane immediatamente confessò i suoi peccati e ricevette i Santi Doni. Il sacerdote stupefatto gli chiese perché non andasse dall’uomo morente e invece perdesse tempo con un giovane evidentemente sano. Vladika rispose: «Questi morirà stanotte, mentre l’altro, che è seriamente ammalato, vivrà ancora molti anni». Successe proprio come aveva previsto.

venerdì 3 ottobre 2008

Vita di san Giovanni, arcivescovo di Shangai e San Francisco (II)

Belgrado

Nel 1921, durante la guerra civile russa, Vladika, insieme con i suoi genitori, i suoi fratelli e la sorella, venne sfollato a Belgrado e cominciò a frequentare l’Università della capitale jugoslava; per vivere lavorava vendendo giornali. Uno dei suoi compagni, che faceva lo stesso, riferì che durante una pausa pranzo doveva correre da un Caffè all’altro e solo con grandi difficoltà riusciva a vendere i giornali, mentre Misha stava semplicemente sul marciapiede e nel giro di pochi minuti i Serbi avevano acquistato tutti i suoi giornali. Alla fine dell’Università, mentre uno dei suoi fratelli si laureò in materie tecniche e divenne ingegnere e l’altro in giurisprudenza ed entrò nella polizia jugoslava, Vladika, nel 1925, prese la laurea in teologia.

Nel 1924 era stato ordinato lettore nella chiesa russa di Belgrado dal Metropolita Antonio, che continuava ad esercitare su di lui una grande influenza; e Vladika, a sua volta, mostrava massimo rispetto e devozione per il suo superiore. Nel 1926 il Metropolita Antonio lo tonsurò monaco e lo ordinò ierodiacono al monastero di Milkov, dandogli il nome di Giovanni, come il suo lontano parente, San Giovanni (Maximovitch) di Tobolsk. Il 21 novembre dello stesso anno, Vladika venne ordinato ieromonaco; la sua ordinazione avvenne così in fretta che non riuscì ad informarne i genitori. L’arcivescovo Gabriele di Cheliabinsk gli disse: «Non preoccuparti, li inviteremo alla tua consacrazione».

La città di Bitol si trova nella diocesi di Ochrida. In quel tempo il vescovo titolare era Nicola Velimirovich, noto predicatore, poeta, scrittore ed ispiratore del movimento religioso popolare. Egli apprezzava ed amava il giovane ieromonaco Giovanni quanto il Metropolita Antonio ed esercitò anch’egli una benevola influenza su di lui. Più di una volta lo si sentì dire «Se vuoi vedere un santo vivente, va’ a Bitol da padre Giovanni». Perché, in effetti, stava diventando chiaro che questi era un uomo del tutto straordinario: furono i suoi studenti al seminario che per primi scoprirono quello che era forse il suo più grande sforzo ascetico. Essi in un primo tempo notarono che egli stava alzato a lungo dopo che ognuno era andato a letto; girava per i dormitori, di notte, sollevava le coperte cadute e copriva gli ignari dormienti, facendo su di loro il segno della Croce. In seguito si scoprì che non dormiva quasi per niente, e mai in un letto, permettendosi soltanto un’ora o due per notte di scomodo riposo da seduto o piegato sul pavimento, in preghiera davanti alle icone. Anni dopo ammise lui stesso che da quando aveva preso i voti monastici non aveva mai dormito in un letto. Una simile pratica ascetica è molto rara, sebbene non sconosciuta alla tradizione ortodossa.

A questo proposito, la badessa Teodora, superiore del monastero di Lesna, in Francia, raccontò che una volta, mentre Vladika stava visitando il convento, gli fece male una gamba e venne chiamato un dottore, che consigliò riposo a letto. Vladika lo ringraziò per la sollecitudine, ma rifiutò di distendersi e nulla poteva persuaderlo. «Allora», raccontò la badessa « - io stessa non so perché fossi così audace – gli dissi schiettamente: “Vladika, come badessa di questo convento, per il potere conferitomi da Dio, le ordino di sdraiarsi”. Vladika mi guardò con sorpresa, venne e si sdraiò. La mattina dopo, tuttavia, era in chiesa per il mattutino e quella fu la fine della cura».

L’arcivescovo Averky del monastero della Santa Trinità di Jordanville, all’epoca giovane ieromonaco nella Russia carpatica, testimoniò della profonda impressione che lo ieromonaco Giovanni faceva agli studenti del seminario. Quando essi tornavano a casa per le vacanze, parlavano del loro straordinario maestro che pregava costantemente, serviva la Divina Liturgia o almeno riceveva la Santa Comunione ogni giorno, digiunava strettamente, non dormiva mai coricato e con vero amore paterno li ispirava con gli alti ideali del Cristianesimo e della Santa Russia.

Nel 1934 si decise di elevare lo ieromonaco Giovanni al rango di vescovo. Per quanto riguarda Vladika, nulla era così lontano dai suoi pensieri. Una donna che lo conosceva, riferì di averlo incontrato in quel periodo su un tram di Belgrado; egli le disse di essere in città per errore, essendo stato mandato al posto di un altro ieromonaco Giovanni che doveva essere consacrato vescovo! Quand’ella lo vide il giorno seguente la informò del fatto che la situazione era in realtà peggiore di quanto avesse pensato: era lui che volevano consacrare vescovo! Quando ebbe protestato che questo era fuori discussione, perché aveva difetti nel parlare e non riusciva ad enunciare chiaramente le frasi, gli venne risposto soltanto che anche il profeta Mosé aveva la stessa difficoltà.

La consacrazione ebbe luogo il 28 maggio 1934. Vladika fu l’ultimo di molti vescovi ad essere consacrato dal Metropolita Antonio e la straordinaria stima che il venerabile gerarca aveva per il nuovo vescovo risulta evidente da una lettera che inviò all’arcivescovo Dimitry nel lontano Oriente. Declinando l’invito fattogli, di ritirarsi in Cina, scriveva: «Caro amico! Sono molto vecchio e incapace a viaggiare, ormai… Ma al mio posto, come mia anima, mio cuore, ti manderò il vescovo Giovanni. Questo piccolo, fragile uomo, che sembra quasi un bambino, è attualmente un miracolo di fermezza e rigore ascetico nel nostro tempo di totale indebolimento spirituale». Vladika venne dunque assegnato alla diocesi di Shangai, in Cina.

mercoledì 24 settembre 2008

Vita di san Giovanni, arcivescovo di Shangai e San Francisco (I)

Infanzia

L’arcivescovo Giovanni nacque il 4 giugno 1896, nel villaggio di Adamovka, provincia di Kharkov, nel sud della Russia. Era un membro della famiglia di piccola nobiltà russa dei Maximovitch, cui era anche appartenuto san Giovanni di Tobolsk. Al battesimo ricevette il nome di Michele e così l’arcangelo Michele divenne il suo protettore celeste. Era un bimbo malaticcio e mangiava poco.

Ricevette l’istruzione secondaria presso la Scuola Militare di Poltava, che frequentò dal 1907 al 1914. Successivamente si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Imperiale di Kharkov, laureandosi nel 1918, prima che fosse confiscata dai Sovietici.

La città dove vladika Giovanni passò i suoi anni di formazione era davvero una città della Santa Russia e il giovane Michele, sensibile alle manifestazioni di santità, trovò in essa il modello della sua vita futura: c’erano due icone miracolose della Madre di Dio, la Oseryanskaya e la Eletskaya, che venivano portate due volte l’anno in processione dai monasteri dov’erano conservate alla cattedrale della Dormizione. Nel monastero della Protezione, in una grotta affrescata sotto l’altare, riposano i resti del santo arcivescovo Melety Leontovitch, che, dopo la sua morte, nel 1841, diedero un aiuto miracoloso ad alcuni che servivano una panikida per lui, sulla sua bara. Già durante la sua vita l’arcivescovo era venerato per il suo severo ascetismo, specialmente per l’impresa ascetica di astenersi dal sonno: era conosciuto per passare intere notti in piedi immobile, a braccia sollevate, immerso in profonda preghiera. Oltre a ciò, predisse con esattezza il giorno e l’ora della propria morte. Si sa che il giovane Maximovitch aveva una venerazione per questo santo gerarca.

Oggi l’arcivescovo Giovanni potrebbe essere considerato simile al sant’uomo di Kharkov per almeno tre aspetti: si sa che non dormì mai in un letto per quarant’anni; conobbe in anticipo la propria morte; e prima della sua glorificazione, nel 1994, le sue reliquie riposarono in una speciale cappella tombale dove quasi ogni giorno venivano cantate panikide e sulla sua bara veniva letto il salterio da coloro che domandavano il suo aiuto. Questo fu un caso unico di trapianto, com’era in effetti, di una parte della Santa Russia nell’America contemporanea.

Mentre studiava all’Università di Kharkov, Vladika passava più tempo a leggere le vite dei santi che a seguire i corsi; nonostante questo era uno studente eccellente. Evidentemente la sua emulazione dei santi era palese già a quell’età, se il vescovo Antonio di Kharkov, una delle grandi figure della Chiesa di quel tempo (più tardi Metropolita Antonio Hrapovitsky, primo Gerarca e fondatore della Chiesa Russa all’Estero) mise un impegno speciale nel cercare di entrare in confidenza con lui e in seguito tenne il giovane vicino a sé e ne guidò la formazione spirituale.


giovedì 18 settembre 2008

Sant'Orso di Aosta

Vita del beato Orso, presbitero e confessore della fede nella città di Aosta (secc. VI-VIII?)

1. Grande opera è indagare le potenze e i miracoli che la potenza del Signore ha operato per mezzo del suo eletto e che opera fino ad ora per mezzo del suo servo; tuttavia riferirò poche delle molte cose accadute, in quanto operò miracoli nel mondo. È martirio l’aver umiliato la carne, vinto il nemico, trionfato sul mondo.

2. Dunque fu uomo di Dio, confessore [della fede] in questa città di Aosta, simile ad agnello mansuetissimo, semplice d’aspetto, ma pronto all’opera del Signore, come il Signore parlando ai suoi discepoli, disse: «Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe» (Mt. 10, 16). Nessuno lo vide una volta adirato, né turbato. Mai vi era nella sua bocca altro che pace, sopportazione, umiltà e misericordia; tralasciando il mondo in modo superiore alle umane capacità, si preparava alle gioie del paradiso.

3. Erano inoltre sue attività quotidiane: visitare gli ammalati, nutrire gli indigenti, consolare gli afflitti, e se vedeva una persona adirata, con molti discorsi calmava il suo animo. Custodiva la via della preghiera insistente, cento volte al giorno e cento alla notte glorificava assiduamente il Signore; una notte in cui percorreva i luoghi dei Santi, armava la sua fronte con il vessillo della croce, e, corso innanzi alle dimore dei Santi, là si aprirono l’ingresso e i chiavistelli del tempio.

4. Uomo di Dio, secondo il detto dell’Apostolo lavorava manualmente, solcando la terra con il sarchiello, e di sua mano piantò una vigna vicino all’ingresso della sua capanna, grazie alla quale si allontanò incolume, con l’aiuto di Cristo, da qualsiasi noia lo avesse tentato e fedelmente ricavò vino da essa.

5. Un tempo dunque ci fu una tale inondazione di piogge, che tutti i fiumi straripavano. Persino il fiume che si vede portare rovina fino ai confini di questo luogo, ebbe anche un tale afflusso di acque che superò tutte le sponde e portò rovina anche alle mura della città con vigorosi flutti. Così con tanta abbondanza d’acqua sommerse anche la chiesa in questo luogo, al punto che difficilmente qualcuno poteva entrarvi, e tutti i suoi campi si trasformavano in distese di ghiaia. Il soldato di Cristo non sapeva cosa fare, né dove portarsi, tuttavia, fiducioso della misericordia del Signore, innalzò intrepido una preghiera al Signore dicendo: «Signore Gesù, buon creatore e guida di tutto il mondo, che guidasti Noè sulle acque del diluvio; che liberasti il tuo popolo dei figli d’Israele dai molli gorghi delle valli e dalla mano del faraone invidioso, con il tuo aiuto passarono attraverso la terra asciutta; che liberasti il santo profeta Giona dal ventre della balena e con la tua parola lo riportasti dalle tempeste dell’abisso a terre asciutte; che stendesti la mano al tuo discepolo Pietro quando stava annegando; accorri all’invocazione del tuo servo e non abbandonare coloro che sperano in te; comanda che la rovina del fiume ritorni al suo alveo». Quando ebbe innalzato la preghiera al Signore, in quello stesso momento [il fiume] ritornò al suo alveo, quasi come se nemmeno un flutto ne fosse fuoriuscito; così la sua preghiera salvò ogni cosa nei dintorni di questo luogo.

6. Non tralascerò i miracoli che fin qui il Cristo si è degnato operare per mezzo del suo servo, che sono noti a tutti. Il beatissimo Orso acquistava un campo con steli di grano e vi lasciava del grano per gli uccelli, secondo l’insegnamento evangelico, che dice: «Guardate gli uccelli del cielo, poiché non seminano, né mietono» (Mt. 6, 26), e tuttavia il Signore li nutre. Era quotidianamente sollecito con le elemosine dei poveri, considerando quello che dice il Signore: «Venite benedetti del Padre mio, ricevete il regno che è preparato per voi dall’origine del mondo» (Mt. 25, 34); ciò nonostante gli uccelli più sopra ricordati gli si appollaiavano sul capo e sulle mani non come se fossero selvatici, ma come addomesticati.

7. Una volta, nel mentre che l’uomo di Dio nutriva i suddetti uccelli e abitava nelle dimore dei Santi martiri, guardando vide un cavaliere che cercava il cavallo del suo signore, che era lo stesso sul quale sedeva, e non sapeva perché, così passando, non venisse anche a pregare presso il concilio dei Santi martiri, dove la confessione stessa [della fede] serviva fedelmente; chiamando a sé il servitore, il beato Orso disse: “Di’, disse, figlio mio, per quale solo motivo hai frequentemente preso questa strada, al punto che il tuo misterioso pensiero non ci è noto? Dove vai imperterrito o cosa cerchi e con dolore sospiri?” Rispondendo nelle lacrime il servitore gli disse: “Mio signore, oggi, quando sono passato per questo sentiero, mi venne sottratto un ottimo cavallo di cui il mio signore ogni giorno aveva cura, e non so cosa fare, «la mia anima è turbata fino alla morte» (Mt. 26, 38; Gv. 12, 27), non so dove fuggire o dove andare, a meno che la tua beata confessione [della fede] non mi consoli”. Allora l’uomo di Dio, con grande incoraggiamento chiamò a sé il fanciullo e gli disse: “Va’, disse, a pregare , figliolo, e ritorna da me e ti dirò la grande gioia che vuoi udire”. Quegli andò e ritornò da lui, aspettando il grande conforto che anche meritò di udire. Gli disse sant’Orso: “Quanti cavalli hai portato al pascolo?”Gli rispose: “Sei” “E quanti ne cerchi ancora?” “Ancora uno” “Questo, con il quale ora giungesti, così più bello d’aspetto, qual è?” Allora il fanciullo, tremante e assai meravigliato disse: “Questo è quello che cerco, signore”. Allora il servitore si prostrò ai piedi di sant’Orso e gli rese grazie e benedisse che il Signore, che attraverso il suo santo ed eletto confessore Orso gli diede un grande e mirabile conforto. Allora infine sant’Orso lo rimproverò e disse: “Le altre volte che percorrerai questa strada, figliolo, ricordati di venire in questo santo luogo e di pregare presso il concilio dei Santi martiri, perché bisogna che tu invochi la misericordia del Signore”.

8. In quello stesso periodo in cui tali cose operava la potenza del Signore per mezzo del suo santo, accadde ad un servitore, ministeriale del vescovo di quella città, di nome Ploceano, di commettere delle colpe; sapendo di aver commesso delle scelleratezze, con una corsa concitata si diede alla fuga verso il concilio dei Santi, dove serviva con zelo l’uomo di Dio. Entrato dunque il beatissimo Orso, svolgendo come consuetudine il servizio connesso alla sua carica, trovò il servitore che stava vicino al tempio e gli disse: “Perché peccasti, figliolo?” Rispondendo il servitore riferì ogni singola colpa da lui commessa e lo pregava che domandasse indulgenza per lui al suo signore. L’uomo di Dio, uscito dal tempio, si recò in città dal suo vescovo Ploceano e cadendo ai suoi piedi disse: “Mio signore, il vostro servitore, riconoscendo di avere peccato presso di voi, trattenuto dal fuggire chiese perdono presso la chiesa dei Santi; perciò chiedo che lo perdoniate per questa colpa”. Gli rispose il vescovo Ploceano: “Va’, fratello, e di’ al servitore di venire, perdonato, alla nostra presenza”. Ritornato, l’uomo di Dio disse al servitore: “Va’, figliolo, e non peccare più, perché per questa colpa hai il perdono del vescovo”. Il vescovo Ploceano, convocando gli altri presenti disse loro: “Se non catturerete questo servitore una volta uscito dal tempio e non me lo porterete, subirete una punizione insieme con lui”. Trattenuto dunque il servitore da coloro che erano stati mandati, condotto davanti al vescovo Ploceano, quegli, gridando contro di lui e preso da pazzia, comandò di percuoterlo tanto, fino alla soglia della morte; comandò di tagliarli i capelli e di porgli sul capo del bitume, agendo non come un cristiano, ma come un ferocissimo tiranno.

9. Quando a stento il servitore riuscì a fuggire da questi tormenti, venendo dall’uomo di Dio disse: “Perché, disse, hai voluto comportarti in questo modo, padre mio, che mi ordinasti con inganno di uscire come omicida da questa chiesa?” Gli disse il beatissimo Orso: “Cosa accadde, disse, figliolo?” Riferì il servitore cosa gli era stato fatto e mostrò al beato Orso di essere stato percosso e rasato. Gemette l’uomo di Dio, e piangendo, quasi come se avesse commesso una grande scelleratezza, disse: “Ohimé, un nome di vescovo che agisce con falsità. Va’, figliolo, di’ a Ploceano che fra pochi giorni la sua anima sarà presa dagli angeli tartarei, come sta scritto: «Sarete servi di colui cui obbedirete» (Rm. 6, 16) e ancora «Chiunque abbia violato il tempio di Dio, Dio lo farà morire» (1 Cor. 3, 17). E tu, figliolo, prepara il tuo viaggio, perché anche tu migrerai da questo mondo. Va’ in causa con lui; e io poi sarò con voi, in modo da essere presente alla vostra udienza quando verrete in causa davanti al sommo giudice”. Considera queste cose che disse l’uomo di Dio come vere, perché più tardi gli eventi le dimostrarono tali. In quella notte nella quale il suddetto vescovo migrò da questa luce, venne proiettato dal suo letto nella terra e rese lo spirito, anche il servitore, secondo le parole del sant’uomo, migrò da questo mondo.

10. In questi giorni costantemente l’atleta di Dio persisteva in digiuni e veglie, ricordando ciò che il Signore nei precetti del suo vangelo disse: «Beati quei servi che quando verrà il padrone saranno trovati vigilanti. Amen dico a voi che si cingerà, li farà partecipare alla mensa del suo regno e, passando, li servirà» (Lc. 12, 37-38). Perseverando in tali cose, il confessore del Signore, secondo le parole della sua bocca, migrò al Signore: unito al coro dei Santi, fra fiori immarcescibili e germoglianti, fu unito anche ai sacerdoti di Cristo Severo e Giuliano, che da questo mondo lo precedettero nella pace del Signore nell’eterno riposo, regnante il Signor nostro Gesù Cristo, che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

Traduzione italiana della "Vita" latina del ms. di Farfa (secc. IX-X), edita da A. P. Frutaz, Le fonti per la storia della Valle d'Aosta, Roma 1966, pp. 163-167.

La memoria del nostro padre fra i Santi Orso è celebrata il 1 febbraio, secondo il calendario giuliano, che corrisponde al 14 febbraio del calendario civile.




Particolari del reliquiario di sant'Orso, conservato nella Collegiata omonima ad Aosta (chiesa cattolico-romana) ed esposto il giorno della festa del santo (secondo il calendario gregoriano).