
Tratto da Gennadio di Marsiglia (+496), Sugli scrittori ecclesiastici, Migne PL, 58, cap. 40.


o scopo perché è impossibile sputare in faccia alla Chiesa. Padre Daniele è salito sul suo Golgota nella chiesa che aveva egli stesso costruito, chiesa cui aveva dedicato tutto il suo tempo e le sue energie. Lo hanno ucciso come l’antico profeta, fra il tempio e l’altare ed è veramente stato ritenuto degno della chiamata di martire. Egli è morto per Cristo, Colui che ha servito con tutte le sue energie.
Il video di cui parlava venne filmato durante il primo dibattito con i Musulmani. Alcuni ortodossi non erano entusiasti del fatto che p. Daniele prendesse parte a simili dibattiti; tuttavia, l’iniziativa non era sua. I Musulmani lo avevano pubblicamente invitato e come può un testimone di Cristo rifiutare di dare una risposta per la sua speranza? (1 Pt. 3, 15) Il suo rifiuto sarebbe stato per loro un argomento nella loro propaganda per l’Islam.
Padre Daniele mi disse più tardi che era sicuro che dopo il primo dibattito sarebbe stato ucciso, e la sera prima provò grande paura e sconforto. Durante la notte ebbe una visione: vide se stesso in un labirinto di ciottoli, sul genere di quelli che ci sono al nord. Camminando attraverso di esso in circolo giunse al centro dove vi era un altare su cui stava un sacrificio che era stato appena ucciso. Comprese che si trattava di un altare a satana e di un sacrificio per lui. Padre Daniele fu preso dalla rabbia e rovesciò l’altare con un calcio. Immediatamente apparve Satana, nella forma di un giullare con il cappello da folle, come sulle carte da gioco. I suoi occhi erano pieni di odio selvaggio ed egli si scagliò su p. Daniele. Batiuska cominciò a pregare «Santissima Madre di Dio, proteggimi!» «San Nicola, aiutami», così come ad invocare altri santi ed allora apparve qualcosa come un muro invisibile, cosicché Satana non poté raggiungerlo e venne respinto più volte. Vedendo questo, batiuska si consentì un pensiero vano e proprio in quel momento Satana infranse il muro invisibile e lo afferrò per il collo. Padre Daniele gridò: «Santissima Madre di Dio, perdonami, ho peccato, salvami da lui!» A quel punto Satana scomparve e p. Daniele udì: «Non perderai, ma nemmeno vincerai», in merito al dibattito che stava per aver luogo.
«E così accadde», mi disse p. Daniele. Aggiunse che dopo la visione smise completamente di temere i Musulmani e le loro minacce, perché, dopo aver visto Satana in persona e la sua impotenza di fronte a Dio, era impossibile essere colpiti da qualsiasi male umano, che è sempre inferiore al male di Satana.
Durante il secondo dibattito io e Oleg Stenyaev andammo in aiuto a p. Daniele. Mi sem
brò che andasse bene (sebbene, naturalmente, avrebbe potuto andare meglio); è tuttavia degno di nota che dopo di esso alcuni Musulmani che avevano aiutato nell’organizzazione si convertirono all’Ortodossia.
Essendo egli stesso Tartaro per metà (da parte di madre), p. Daniele pose molta attenzione nel divulgare e rafforzare l’Ortodossia presso i Tartari. Egli fu il primo e, mi pare, il solo prete che, con la benedizione del suo vescovo, iniziò regolarmente a servire molieben parzialmente in lingua tartara per Tartari ortodossi. In più pubblicò, a sue spese, un libro di preghiere in tale idioma. Assieme ai suoi aiutanti predicò a Sabantuy, un festival nazionale tartaro e nel centro culturale tartaro. In Egitto predicò per ore alla sua guida musulmana ed in televisione disputò con i muftì in materia di fede.
In questo modo acquisì una fama scandalosa presso i Musulmani, che allarmò e sconfortò alcuni ortodossi, ma non p. Daniele. Egli disse che la sua fama aiutava la sua missione e ciò era vero; perché quei Musulmani che avevano anche un piccolo interesse sul Cristianesimo apprendevano da chi andare e non sbagliavano, perché sarebbero stati sempre accolti da p. Daniele con amore e con le risposte per tutte le loro domande. Ci furono alcuni Musulmani che, essendo venuti da lui con l’intento di convertirlo all’Islam, finirono per essere loro stessi battezzati da lui.
Fra quelli che si considerano ortodossi, ho incontrato alcune strane persone che dicono che p. Daniele non avrebbe dovuto predicare ai Musulmani, che bisogna rispettare la loro religione e che non c’è beneficio da una simile predicazione. Ma p. Daniele pensava, come anche il Signore, gli Apostoli e tutti i santi, che sia necessario rispettare le persone che sbagliano, ma non i loro errori. La verità è una, ciò che contraddice o nega la verità è bugia e il rispetto per la bugia è disprezzo della verità. Coloro che sono indifferenti alla verità non possono comprendere questo semplice fatto e, pertanto, non possono comprendere p. Daniele, sebbene possano dovergli la vita. Batiuska si impegnò a portare a Cristo un certo numero di Wahabi, che includeva alcuni Pakistani che stavano pianificando di diventare attentatori suicidi ed una donna con il medesimo intendimento. Sarebbe veramente stato meglio che p. Daniele non avesse predicato a queste persone ed essi, continuando con i loro piani precedenti, avessero fatto saltare un aeroplano, un palazzo o una metropolitana, dove forse avrebbe anche potuto essere uno dei critici di p. Daniele?
Con anche maggiore successo p. Daniele predicò ai Protestanti. Quando, con la benedizione del metropolita Vladimir (Ikim, di Tashkent e dell’Asia Centrale), andò in Kirghisistan con i suoi missionari e cominciò a visitare i raduni dei Protestanti e a convertirli (vi erano anche i loro pastori fra quelli che vennero riuniti all’Ortodossia), i capi locali delle sette, non essendo in grado di opporsi alle sue parole, presero la decisione di non permettere raduni finché p. Daniele non avesse lasciato la regione. In questo modo essi cercarono di impedirgli la predi
cazione ai loro raduni cancellando i raduni stessi.
Padre Daniele si preoccupò anche di organizzare missioni in tutto il mondo. Insieme andammo due volte in Macedonia per predicare presso gli scismatici locali. Si occupò anche del problema di come predicare ai Cattolici in Europa occidentale e nel Sud America. Nel dicembre 2009 aveva sperato di andare in Tailandia per predicare nelle regioni del nord. Essendo missionario amava moltissimo gli altri missionari e cercava di conoscere tutti quelli che predicavano il Vangelo e ne aiutò molti. Donò denaro per costruire una chiesa in Indonesia e per educare bambini ortodossi di famiglie povere dello Zimbawe; venne ospitato da ortodossi Cinesi, Tailandesi e pure Nativi americani. Con la benedizione del patriarca Alessio II aveva fondato una scuola per missionari ortodossi. In più insegnava missiologia al seminario teologico Nikolo-Perervinsk.
Ciò che è strabiliante è che la sua attività missionaria non inibì per nulla il suo lavoro in parrocchia e le sue responsabilità. Nel 2001 venne ordinato prete e nel 2006 costruì una piccola chiesa di legno nel sud di Mosca, dedicata all’apostolo Tommaso (di cui era il rettore). Il suo obbiettivo sarebbe stato di costruire, nello stesso luogo, una grande basilica dedicata al suo santo patrono, san Daniele. Secondo ciò che mi disse, tale idea gli era venuta visitando la chiesa di san Demetrio a Tessalonica.
Ogni giovedì p. Daniele conduceva studi biblici, spiegando un capitolo dell’Antico e del Nuovo Testamento alla luce dell’insegnamento dei Santi Padri. Ogni venerdì guidava le classi catechetiche, cui ogni adulto che voleva essere battezzato doveva partecipare e ogni domenica teneva la scuola domenicale per i bambini. Pensando che le persone avrebbero meglio compreso le funzioni liturgiche, aveva pubblicato testi della Veglia di Tutta la Notte e della Liturgia, organizzando un insieme di persone a rotazione per consegnarli prima del rito e aveva anche introdotto il canto congregazionale. Il risultato fu che i parrocchiani erano grati di poter finalmente comprendere il senso di ciò che veniva cantato in chiesa. Batiuska celebrava con grande concentrazione, specialmente nell’ultimo anno e amava predicare. Durante la liturgia predicava due o tre volte.
Uno dei miei amici, servitore all’altare nella chiesa di p. Daniele, mi disse, non molto prima della morte di quest’ultimo, che era meravigliato di come, senza trattenere nulla e senza alcuna pietà per se stesso egli si dedicasse interamente alle persone, specialmente ai suoi parrocchiani.
Davvero non si risparmiava affatto. Mi ricordo come un giorno si ruppe una gamba, ma non gli venne dato un prete per sostituirlo. P. Daniele, allora, con la gamba ingessata, andò personalmente a servire la liturgia e lo fece nonostante il dolore. Tutti i parrocchiani ed i suoi conoscenti ricordano p. Daniele come allegro, ma pochi sanno quanto spesso sopportasse dolori e malattie, specialmente fortissimi mal di testa e dolori di cuore. Batiuska, tuttavia, non mostrava le sue sofferenze ed era attento alla moltitudine dei suoi parrocchiani, ascoltandoli e dando loro consiglio.
Bisogna dire che non impose mai, come un dittatore, le sue idee a quelli che lo circondavano. Ascoltava sempre le obiezioni se erano reali e spesso correggeva le sue idee se si accorgeva che non erano in accordo con la verità. Invitò spesso me ed altre persone di cui si fidava a discutere l’una o l’altra delle sue opinioni ed a verificare se fossero errate. Se comprendeva di non essere nel giusto non era un problema per lui ammetterlo e ripudiare il suo errore, perché valutava la verità più delle proprie opinioni e rispettava ogni persona intorno a lui.
Un’altra particolarità, che molti pensano fosse uno dei suoi difetti e che in realtà derivava dal suo amore ardente per la verità, era la maniera categorica con cui esprimeva le sue idee. Su ogni argomento egli cercava di raggiungere la verità e se ci riusciva, la esprimeva direttamente e con certezza. Nel nostro mondo politicamente corretto, una simile franchezza è simile ad una acuto raggio di sole che penetra nell’oscurità. Questa onesta brutalità richiamava molti, ma per molti altri era qualcosa che, al contrario, li respingeva.
P. Daniele era una persona educata ed onesta. Era una di quelle persone alle quali chi aveva bisogno non doveva far altro che chiedere e non avrebbe mai ricevuto un rifiuto.
Ho anche molti ricordi personali su questo: mi ricordo quando mi fece visita in ospedale, come mi portò sua figlia Dorotea per mostrarmela quand’aveva solo due o tre giorni, e poi quando mi insegnò a guidare l’automobile. Mi ricordo i nostri viaggi, specialmente quello in Serbia, dal quale ritornammo soltanto una settimana prima del suo martirio. Durante quel viaggio mi confessò che, quando si trovava in difficoltà o quando le circostanze della vita sembravano insopportabili, egli sentiva sempre come di essere su una grande mano, che lo guidava attraverso tutte le difficoltà.
L’ultimo giorno della sua vita incominciò con la liturgia, che egli servì e durante la quale, naturalmente, si comunicò. In seguito battezzò un bambino ed unì alla Chiesa ortodossa un uomo convertitosi dall’occultismo. Poche ore dopo, come al solito, guidò uno studio biblico, dopo il quale parlò con chiunque lo desiderasse fino a tardi. Infine, quando ormai tutti erano usciti dalla chiesa, andò in altare per ascoltare la confessione di un figlio spirituale. In quel momento l’omicida fece irruzione in chiesa e cominciò a sparare e urlò: «Dov’è Sysoyev?». Senza timore p. Daniele uscì dall’altare per andargli incontro ed accettò una fine da martire per Cristo.
Ricordo che batiuska aveva sostenuto molte volte come le letture del Vangelo che si facevano durante le celebrazioni non fossero accidentali e che sempre risultavano, con
nostro stupore, essere tempestive ed appropriate. Il giorno della sua morte la lettura del Vangelo conteneva le seguenti parole del Signore: «A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla […] Inoltre vi dico: Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio» (Lc. 12, 4-8).
Ricevette lettere e telefonate di minaccia da parte di Musulmani. Un anno e mezzo prima dell’omicidio, la giornalista musulmana Halida Hamidullina richiese l’intervento del pubblico ministero contro p. Daniele per incitamento all’odio inter-religioso ed inter-etnico. Il pubblico ministero rifiutò di portare avanti la causa, ma nei mass media islamici iniziò una vera e propria campagna di diffamazione; gli Ortodossi non ne sanno nulla perché, comprensibilmente, non sono famigliari con i mass media islamici.
Non molto tempo fa, solo tre giorni prima dell’omicidio, p. Daniele mi stava riportando a casa in macchina e ridevamo nel ricordare la vita di dieci anni fa. P. Daniele disse che, di tutte le religioni, l’Islam era sempre stata quella che lo interessava meno e non aveva pianificato di studiarla. Gli ricordai anche di una vecchia conversazione che avemmo quando stava tornando dalla chiesa della rappresentanza Krutitsky ed era apparso contento di scoprire che stavo scrivendo alcuni articoli apologetici, in risposta alle critiche islamiche. Egli disse: «Oh, questa è un’ottima cosa, significa che non dovrò occuparmene io». Ma il Signore, prima attraverso una serie di circostanze fortuite, poi attraverso qualcos’altro, fece in modo che egli entrasse in contatto con Musulmani o con l’argomento Islam e p. Daniele proseguì diritto verso il luogo che il Signore gli indicava. Questo era ciò che gli importava di più.
P. Daniele si laureò all’Accademia Teologica di Mosca nel 2000, dopo aver discusso con successo la sua tesi L’antropologia dei Testimoni di Geova e degli Avventisti del Settimo Giorno. Più tardi venne pubblicata in un volume. Scrisse anche un certo numero di altri libri: Una passeggiata con un Protestante in una chiesa ortodossa è un lavoro unico, nel quale, sulla base della Bibbia, sono spiegate la disposizione e l’arredo di una chiesa ortodossa e il significato del culto ortodosso. Cronache dell’Inizio e Chi è come Dio, o Quanto è lungo un giorno della Creazione sono dedicati, come disse egli stesso, a difendere l’insegnamento patristico sulla creazione del mondo. In questi libri p. Daniele spiega perché un Cristiano ortodosso non possa aderire alla teoria dell’evoluzione.
Matrimonio con un Musulmano è dedicato ad uno degli argomenti più dolorosi della coesist
enza fra Cristiani e Musulmani nella nostra terra. Il pretesto per questo libro nacque quando venne aperta, sul sito web Ortodossia ed Islam, una sezione in cui era possibile fare domande ad un prete, dove chiunque poteva porre questioni a p. Daniele. Egli fu sorpreso dall’abbondanza delle lettere che riceveva da donne battezzate che, o pianificavano di sposare un Musulmano, e domandavano se questo fosse ammesso dalla Chiesa, oppure erano già sposate con un Musulmano e avevano vari problemi e cercavano un consiglio. In più, durante la sua attività pastorale, gli accadde di incontrare donne russe che, sotto l’influenza di un simile matrimonio, avevano rinunciato a Cristo e si erano convertite all’Islam e poi, avendo avuto notevoli difficoltà all’interno di un simile matrimonio e avendo compreso il proprio errore con l’aiuto di batiuska, si erano pentite ed erano ritornate alla Chiesa. Tutto questo indusse p. Daniele a scrivere un libro esaustivo su questo argomento, ricordando alla gente che, secondo le regole della Chiesa, non è ammissibile per un Cristiano ortodosso sposare una persona di altra fede; inoltre diede anche concreti consigli sui problemi che nascono se un simile matrimonio, nonostante tutto, avesse avuto luogo. Scrisse anche un opuscolo dal contenuto simile, intitolato Sposato/a ad un non credente?
Oltre a ciò p. Daniele pubblicò un libro, Perché non sei ancora battezzato?, in cui esaminava le tipiche obbiezioni contro il battesimo che si ascoltano dalla gente di tutti i giorni. Per i battezzati, ma non praticanti, scrisse un opuscolo dal titolo Perché si dovrebbe andare in chiesa ogni domenica. Per i praticanti, scrisse con me Sulla comunione frequente. Non molto prima della sua morte mi disse che il libro che aveva più caro era Omelie sul Cantico dei Cantici, che è una raccolta delle omelie bibliche che aveva fatto nel corso degli anni, spiegando le Scritture alla luce dei Commentari dei Santi Padri.
Infine, il suo ultimo libro fu Istruzioni per l’Immortale, ovvero cosa fare se, nonostante tutto, sei morto. In esso scrisse le seguenti parole: «In assoluto la migliore morte per un Cristiano è, naturalmente, il martirio per Cristo il Salvatore. In linea di principio si tratta della più grandiosa morte possibile per una persona. Alcuni mandarono condoglianze al monastero di Optina dopo l’assassinio di tre monaci (i monaci Basilio, Trofim e Terapont, assassinati da un satanista nel 1993 n.d.T.) ma, per un Cristiano, il martirio è, in realtà, la gioia suprema. Nella Chiesa antica non venivano inviate condoglianze, quando qualcuno veniva ucciso da qualche parte. Tutte le chiese mandavano invece immediatamente congratulazioni. Potete immaginarvi, congratularsi con alcuni per il fatto che essi avevano un nuovo intercessore in Paradiso! Una morte da martire lava tutti i peccati, a parte l’eresia e lo scisma…».

uel momento cominciò la sua estesa predicazione e la sua attività missionaria; inoltre insegnava la Legge di Dio alle classi superiori del ginnasio ortodosso Yasenevo. Dei suoi ricordi di quel tempo mi si è fissato in mente un incidente in particolare. Un giorno diede ai suoi studenti, come argomento per un tema Che cosa rimarrà dopo che me ne sarò andato? Che cosa porterò con me quando morirò? Numerosi genitori vennero da lui con indignazione: «Come potete dare un simile tema a dei bambini? Non bisogna ricordar loro la morte». Ad essi egli replicò: «Perciò i vostri bambini sono immortali?». P. Daniele era convinto che, poiché nessuno di noi può evitare la morte, abbiamo bisogno di essere preparati ad essa in modo appropriato, cosa per la quale un Cristiano possiede tutto il necessario, e prima cominciamo, meglio sarà.Sebbene l’arcivescovo Ilarion non fosse in grado a quel tempo di conoscere in ogni dettaglio la vita della Chiesa, non fu tuttavia osservatore indifferente ai vari disordini e catastrofi ecclesiastiche che si abbatterono sui fedeli ortodossi. La gente andava da lui per un consiglio e gli domandava come raggiungere la pace nella Chiesa sotto le nuove condizioni politiche. Questa era davvero una domanda assai complicata e l’arcivescovo Ilarion diede una risposta incommensurabilmente profonda e ben valutata, basata sui sacri canoni e sulla prassi ecclesiastica. Ecco cosa scrisse su questo tema in una lettera del dieci dicembre 1927: «Negli ultimi due anni non ho partecipato alla vita della Chiesa; ho solo informazioni periodiche e forse inesatte. Per questo, è difficile per me giudicare i particolari e i dettagli di tale vita; ma ritengo che le sue linee generali e le sue inadeguatezze e infermità mi siano note. La principale inadeguatezza, che ritenevo tale da tempo, è la mancanza di un Concilio dal 1917 – cioè proprio nel periodo di tempo in cui sarebbe stato maggiormente necessario, perché la Chiesa russa è entrata in condizioni storiche totalmente nuove, non senza il volere di Dio. Queste condizioni sono insolite e significativamente diverse dalle precedenti. La pratica ecclesiastica, che includeva la formazione del Concilio del 1917-1918, non si trova in armonia con queste condizioni. La situazione è divenuta significativamente più complessa dopo la morte del patriarca Tikhon. La questione del Luogotenente, per quanto ne so, è anch’essa molto confusa e il governo della Chiesa è in uno stato di totale disordine. Io non so se ci sia qualcuno nella nostra gerarchia, o anche in generale fra i membri consapevoli della Chiesa, che sia così ingenuo o miope da coltivare l’assurda illusione che il governo Sovietico sarà presto sconfitto e l’antico ordine restaurato, ecc. Ma penso che tutti coloro che desiderano il bene della Chiesa riconoscano la necessità per la Chiesa russa di ricavarsi un posto nelle nuove condizioni storiche. Perciò, c’è bisogno di un concilio; e prima di tutto dobbiamo chiedere alle autorità governative di permetterci di convocarlo. Tuttavia bisogna che ci sia qualcuno che raduni il Concilio, faccia i preparativi necessari, in una parola, guidi la Chiesa fino al Concilio stesso. Perciò c’è bisogno adesso, prima del Concilio, di un corpo ecclesiastico. Io ho una serie di requisiti per la sua organizzazione e le sue attività che sono comuni, ritengo, a chiunque voglia un buon ordine ecclesiastico, piuttosto che il turbamento della pace o qualche nuova confusione. Ne indicherò alcuni:
1. Un corpo ecclesiastico temporaneo non deve necessariamente essere autoreferenziale; cioè, deve avere l’autorizzazione del Luogotenente per iniziare.
2. Per quanto possibile deve includere coloro che sono stati delegati dal Luogotenente, il metropolita Pietro (Polyansky) o il Santo Patriarca.
3. Il corpo ecclesiastico temporaneo deve unire e non dividere l’episcopato. Non è un giudice e un persecutore dei dissenzienti. Questo lo sarà il Concilio.
4. Il suo obbiettivo deve essere pratico e modesto: la convocazione del Concilio.
Gli ultimi due punti richiedono una spiegazione particolare. Il pauroso fantasma della VTsU (Amministrazione Suprema della Chiesa) del 1922 si libra ancora sulla gerarchia e sugli ecclesiastici. La gente di chiesa è diventata sospettosa. Il corpo ecclesiastico deve temere come il fuoco la benché minima rassomiglianza con l’attività criminale della VTsU. Altrimenti ci sarà solo altra confusione. La VTsU iniziò con menzogna e inganno. Ogni cosa dovrà invece essere basata sulla verità. La VTsU, un corpo interamente autonominatosi, si proclamò come supremo maestro del destino della Chiesa russa, un maestro cui le leggi ecclesiastiche e perfino le comuni leggi divine ed umane non si applicavano necessariamente. Il nostro corpo ecclesiastico sarà solo temporaneo con il solo obbiettivo di convocare il Concilio. La VTsU perseguitava tutti coloro che non le si sottomettevano, cioè tutti i bravi gerarchi e altri ecclesiastici che si davano da fare. Minacciando punizioni a destra e a manca, e promettendo il perdono a chi si sottometteva, la VTsU ricordava le censure del governo, censure che lo stesso governo trovava difficilmente desiderabili. Quest’aspetto ripugnante delle attività criminali della VTsU e del suo successore, il cosiddetto “Sinodo”, con i suoi concili del 1923-1925, guadagnarono loro meritato disprezzo, causarono grande afflizione e sofferenza a gente innocente, portarono soltanto male ed ebbero l’unico risultato che parte della gerarchia ed alcune irresponsabili persone di chiesa lasciarono la Chiesa e formarono alcuni gruppi scismatici. Nulla del genere, nemmeno il minimo accenno, dev’essere presente nelle attività del corpo ecclesiastico temporaneo. Sottolineo specialmente questo, perché in esso vedo un pericolo molto grande. Il nostro corpo ecclesiastico deve convocare un Concilio.
Con riguardo al Concilio sono necessari i seguenti requisiti:
5. L’organo ecclesiastico temporaneo dovrebbe convocare, ma non selezionare i membri del Concilio, come venne fatto dalla VTsU di angosciosa memoria nel 1923. Un Concilio selezionato non avrebbe alcuna autorità e non porterebbe calma alla Chiesa, ma solo altra confusione. C’è scarsa necessità di allungare la lista dei “concili dei ladri” della storia, tre sono sufficienti: Efeso nel 449 e due a Mosca, tra il 1923 e il 1925. Il mio primo desiderio per il futuro Concilio è che questo dimostri la sua totale non partecipazione e non solidarietà con tutti i movimenti politici sospetti, per disperdere la nebbia dell’eccessiva e folle diffamazione che ha circondato la Chiesa russa attraverso gli sforzi criminali dei maligni (del rinnovamento). Solo un vero Concilio può avere autorità, portare la calma nella vita della Chiesa e dare pace ai cuori tormentati della gente di chiesa. Penso che al Concilio emergerà l’intera importanza di questo movimento ecclesiastico ed egli ordinerà la vita della Chiesa in modo che corrisponda alle nuove condizioni».
Come arcivescovo Ilarion pensava e confermava che solo se vi era sobornost (conciliarità) nella Chiesa ci sarebbe stata pacificazione e la Chiesa ortodossa russa avrebbe potuto portare avanti le sue normali attività nelle nuove condizioni dello Stato sovietico.
La sua via verso la croce stava giungendo a conclusione. Nel dicembre 1929 venne mandato a vivere ad Alma-Ata, nell’Asia centrale, per tre anni. Egli viaggiò sotto sorveglianza da una prigione all’altra. Fu derubato lungo la strada e quando arrivò a Leningrado vestiva una lunga camicia, infestata da parassiti, ed era già malato. Scrisse dalla prigione di Leningrado dov’era detenuto: «Sono seriamente ammalato di tifo da pidocchi e giaccio nell’ospedale della prigione. Molto probabilmente ne sono stato infettato lungo la strada; domenica 28 dicembre il mio destino sarà deciso (la crisi della febbre). È improbabile che sopravviva». All’ospedale gli venne detto che doveva radersi e Sua Eminenza replicò: «Fate di me ciò che volete». Nel suo delirio di
sse: «Ora sono completamente libero: nessuno può prendermi».
L’angelo della morte era già in attesa al capezzale del sofferente. Pochi minuti prima che morisse un dottore venne a dirgli che la crisi era passata e che forse si sarebbe ripreso. L’arcivescovo Ilarion disse, in un sussurro appena udibile: «Come! Ora siamo lontani da…» Con queste parole il confessore di Cristo morì. Era il 15/28 dicembre 1929. Il metropolita Serafino (Chicagov), che in quel tempo occupava la sede di Leningrado, ottenne il permesso di avere il corpo per il funerale. Portarono all’ospedale bianchi paramenti vescovili ed una mitra bianca. Lo vestirono e lo portarono alla chiesa del monastero Novodevichy a Leningrado. Vladyka era terribilmente cambiato: nella bara giaceva un vecchio uomo rasato, grigio e pietoso. Quando una dei suoi parenti lo vide nella bara svenne, non assomigliava per nulla al precedente Ilarion. Venne seppellito nel cimitero del monastero Novodevichy, non lontano dalle tombe dei parenti dell’allora arcivescovo e poi Patriarca Alessio (Simansky). Oltre al metropolita Serafino e all’arcivescovo Alessio, parteciparono ai funerali il vescovo Ambrogio (Libin) di Luga, il vescovo Sergio (Zenkevich) di Lodeinoe Polye e tre altri vescovi.
Così questo gigante fisico e spirituale partì per l’eternità – un uomo dall’anima meravigliosa, dotato da Dio di evidenti talenti teologici, che visse la sua vita per la Chiesa. La sua morte fu un’enorme perdita per la Chiesa ortodossa russa.
Eterna memoria, santo gerarca Ilarion!
Vita scritta dal metropolita Giovanni (Snychev) di San Pietroburgo e Ladoga (+1995); la versione italiana è stata condotta sulla traduzione inglese, ad opera della monaca Cornelia e pubblicata in The Orthodox Word, nn. 264-265 (2009), pp. 5-27.
Il nostro padre fra i santi Ilarion venne glorificato dal Patriarcato di Mosca il 27 aprile/10 maggio 1999 ed è commemorato il 15/28 dicembre, giorno del suo martirio, e il 27 aprile/10 maggio, giorno della sua glorificazione.